17 Lug 2019

Il potere della musica

Il potere della musica

L’importanza e la bellezza della musica sta nel non farci sentire soli, nel condividere emozioni con gli altri, nell’immortalare un evento associandolo ad una canzone. La musica dà piacere, suscita forti passioni, stimola i ricordi, facilita e rafforza i legami sociali e dà luogo ad una forma di comunicazione che va oltre le parole arrivando a far presa sul sistema inconscio.

Ascoltare musica può assolvere a diverse funzioni e il suo contributo varia da persona a persona, dal grado di coinvolgimento che riusciamo a stabilire con ciò che ascoltiamo, dalla nostra sensibilità, dalle nostre aspettative e dalle necessità che, più o meno inconsciamente, cerchiamo di soddisfare attraverso l’ascolto.

Tra le diverse funzioni della musica possiamo evidenziare:

  • Una funzione di tipo “contenitivo”: capita spesso di cercare brani che già conosciamo, il cui ascolto provoca una regolazione emotiva che avviene rievocando esperienze e vissuti già provati in precedenza.
  • A questa si accompagna una funzione “rievocativa” che stimola i ricordi associandoli all’ascolto.
  • Infine una funzione “evasiva”: che consente di allontanarsi momentaneamente dalla realtà e favorisce il realizzarsi dei “sogni ad occhi aperti”.

Se la musica allegra ha il potere di rallegrarci si potrebbe pensare che quando siamo tristi dovremmo voler ascoltare canzoni felici, e invece questo non succede quasi mai. Ascoltare una canzone triste può valere come supporto, l’effetto empatico che si crea con l’ascolto ci fa sentire capiti, ci dà la sensazione di poter condividere quello che ci fa soffrire con qualcuno che ha provato lo stesso dolore. Un messaggio che arriva attraverso la musica risulta rassicurante, non aggressivo, e questo favorisce l’insorgere di un sentimento empatico. I brani malinconici non suscitano solo tristezza ma anche emozioni romantiche, come la commozione, che contrastano un effetto deprimente. La tristezza che ci arriva dall’Arte, in tutte le sue forme, a differenza di quella che può insorgere nella vita quotidiana, non è avvertita come una reale minaccia e viene quindi vissuta in modo molto diverso.

Ma gli effetti della musica si spingono anche molto oltre: partono dal nostro codice genetico, attraversano i nostri pensieri, le nostre emozioni e i nostri corpi, fino ad arrivare al modo in cui ci rapportiamo con gli altri. Ecco alcuni effetti sorprendenti della musica sulla nostra psiche:

  1. Miglioramento del QI verbale e delle abilità visive: I vantaggi di imparare a suonare uno strumento non si limitano all’ambito musicale ma si estendono alle aree della cognizione e della percezione visiva;
  2. L’ascolto attivo migliora l’umore;
  3. La musica ci fa sentire i brividi;
  4. Cantare insieme unisce: Dal momento che la musica è spesso un’attività sociale, cantare o suonare insieme può aiutare le persone ad avvicinarsi. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone trovano molto gratificante “sincronizzarsi” tra loro. Ciò aumenta il senso di appartenenza al gruppo e può anche rendere le persone più vicine le une alle altre”;
  5. Vedere volti felici: Sono sufficienti 15 secondi di ascolto di un pezzo musicale per cambiare il nostro modo di giudicare le emozioni sui volti delle altre persone;
  6. I bambini sono nati per ballare: I neonati di appena cinque mesi rispondono ritmicamente alla musica e sembrano trovarla più interessante del linguaggio.

Ma non tutti viviamo la musica allo stesso modo. Una differenza marcata pare esistere tra la fruizione del brano musicale di un profano e di un professionista. Un profano che ascolta musica è appagato dallo stabilire con i suoni che ascolta un’empatia che gli procura coinvolgimento emotivo, in modo rilassato ed immediato. Caratteristiche che vengono meno nell’ascolto di un professionista che, di fronte alla stessa musica, sarà portato ad esaminarne la struttura, le componenti vocali e strumentali, il modo in cui viene eseguita. In questo caso il piacere dell’ascolto arriverà, più che dalla componente emotiva, da una componente tecnica, non più una fruizione passiva ma la valutazione delle competenze di chi ha eseguito il pezzo e la possibilità di riuscire a riprodurlo lui stesso.

10 Lug 2019

La metafora della farfalla in fiamme

La metafora della farfalla in fiamme

Il fenomeno della farfalla in fiamme è una metafora che ci parla della dipendenza affettiva e di come a volte siamo attratti da ciò che ci ferisce temendo ciò che può liberarci. In alcuni momenti della vita potremmo sentirci incapaci di uscire da situazioni che ci causano sofferenza, anche se queste ci procurano malessere e oppressione. In questi casi è molto probabile cadere nella dipendenza affettiva. Ed è proprio in questo modo che ci avviciniamo al fenomeno della farfalla in fiamme.

Le farfalle sono fortemente attratte dalla luce emessa da una fiamma, ma più si avvicinano, più la loro sofferenza aumenta. Ma questa sofferenza non impedisce esse di vedere la fiamma come uno stimolo allettante.

Per essere più concreti, proviamo a immaginare quella persona che fa tutto il possibile per recuperare la relazione con l’ex partner. Gli manda dei messaggi, gli telefona, gli compra dei regali, ecc. In pratica, fa tutto ciò che pensa sia necessario affinché quella persona non la abbandoni.

Una probabile conseguenza di questo fenomeno è la distruzione dell’autostima: è uno dei primi “tessuti” che la fiamma inizia a bruciare causando al soggetto la perdita del controllo emotivo e del senso della realtà.

Eccovi ora alcuni accorgimenti per cercare di evitare il fenomeno e reagirvi in modo corretto:

  1. Importanza della conoscenza di sé. Conoscerci ci aiuterà a individuare questi comportamenti e capire perché siamo tentati di seguirli nonostante ci feriscano. Questo è il punto di partenza per eliminarli.
  2. L’autostima. Se riconosciamo il nostro valore, è più facile non cadere in trappola ed aggirare l’ostacolo.
  3. Smettere di idealizzare: A volte vediamo l’altra persona come un essere perfetto, migliore di quello che è effettivamente nella realtà.
  4. Stare da soli non è un male. Recuperare il rapporto con sé stessi è un passo fondamentale.
  5. Abbiate una visione complessiva delle cose. Cercate di avere una prospettiva chiara della situazione mettendovi nei panni dell’altra persona.

Quando riconoscete che state vivendo il fenomeno della farfalla in fiamme, in caso di sofferenza, cercate di approfittare di questo momento per:

  • Lasciar fluire la vostra vita.
  • Ricostruirvi da un punto di vista emotivo.
  • Riconoscere quali sono i vostri limiti e quelli dell’altra persona.
  • Cercare di liberarvi dai problemi attraverso il perdono. La rabbia non rappresenta una soluzione ma in questo caso è solo una scoria relazionale di difficile gestione.
  • Essere empatici.
  • Iniziare a trovare un significato alla vostra vita. Ricostruite un rapporto con voi stessi, siete il punto di partenza migliore.

Il fenomeno della farfalla in fiamme può intrappolarci a volte, ma tutto dipende da noi, siamo in grado di riconoscere il problema e affrontarlo. L’autostima, la dedizione, la conoscenza di sé ci permetteranno di proteggerci contro questa minaccia.

23 Ott 2018

La psicologia al servizio dei datori di lavoro

La psicologia al servizio dei datori di lavoro
L’ Art. 28 del D.Lgs. 81/08, che invita ad eseguire la valutazione dello stress lavoro-correlato, appare a molti imprenditori come l’ennesima pressione da sopportare e da“sbrigare” nel modo più economico, veloce e meno invadente possibile, oltre ad essere magari l’ennesimo decreto da sabotare o da dirottare politicamente perdendo l’occasione di utilizzare nuove conoscenze date dalle scienze psicologiche per provare ad attuare dei cambiamenti.
Per abitudine, per cultura, per stili di gestione l’Italia è un paese che troppo raramente investe nella formazione continua, non ama mettere in discussione modelli gestionali che assicurano o che hanno assicurato lo stipendio a fine mese, in altre parole si teme l’ignoto e tutto ciò che in qualche modo appare estraneo; inoltre qualora si voglia investire per esempio nella formazione si fatica a trovare un’offerta che sia qualitativamente e quantitativamente adeguata alle esigenze aziendali.
Le difficoltà, la confusione e la sfiducia espressa da parte dei datori di lavoro trova espressione nella richiesta di essere sottoposti a test che rilevino il loro livello di stress individuale causato dal D.Lgs. 81/08 poiché irrompe prepotentemente nelle loro aziende e nella loro tranquillità lavorativa assodata nel tempo.
Ad oggi, la mancanza di chiare Linee Guida, per la valutazione dello stress lavoro-correlato, ha permesso alle molteplici fantasiose personalità di esprimersi senza regole troppo precise, lanciando sul mercato prodotti accattivanti per cercare di “rosicchiare” ancora un po’ un mercato già pesantemente “azzannato”.
Come eseguire quindi una valutazione, non fine a se stessa, i cui ingredienti siano capacità preventiva e valutativa in un approccio organizzativo globale?
Il D.Lgs.81/08 individua chiaramente nel datore di lavoro la figura deputata a tale valutazione ma non fornisce, purtroppo, altrettante indicazioni su come eseguirla. Le figure già previste dal decreto e di supporto al datore di lavoro quali l’RSPP e il MC si offrono spesso di partecipare a tale valutazione, pur non avendo approfondita conoscenza e consapevolezza rispetto all’ambito psicologico da indagare.
Una buona valutazione richiede l’utilizzo di molteplici tecniche psicologiche; gli psicologi maturano, nel loro percorso formativo, grande consapevolezza e conoscenza dei fattori umani e dei rischi psicosociali insiti nelle organizzazioni.
Grande o piccola l’azienda è comunque fatta di persone la cui consulenza richiede una specifica preparazione, offrendo così un supporto non invadente capace d’essere un reale aiuto qualitativo,a sostegno dei datori di lavoro e di tutti i lavoratori.
Metodologie psicologiche integrate
In questo ultimo mese si parla molto di analisi qualitativa (interviste, osservazioni, colloqui) e quantitativa (questionari), in una sorta quasi d’opposizione l’una all’altra.
In aziende piccole, medie ed oggi anche grandi, una mera valutazione quantitativa (oggettiva) non riesce sempre ad evidenziare potenziali rischi psicosociali, né come la raccolta degli indicatori oggettivi aziendali (giorni di malattia, assenteismo, turnover, etc.) possano definire la soglia al di sopra della quale tale valutazione sia opportuno eseguirla, aprendo un’interessante sfida sull’argomento e sull’applicazione di queste tecniche. Piccole o grandi le aziende sono create da persone, basate su una o più culture, con mille o più difficoltà; l’analisi qualitativa, eseguita attraverso colloqui, interviste, osservazioni, etc. si dimostra essere quella mano che conduce “i numeri” in una specifica dimensione, e ancora, quell’occhio che riconosce i risultati quantitativi contestualizzandoli.
Conclusione
Da ciò si possono evincere una serie di considerazioni finalizzate alla valutazione dello stress lavoro-correlato: da una parte l’importanza dell’utilizzo di molteplici metodologie (sia qualitative che quantitative), ogni qual volta sia possibile, in un’ottica complementare ed integrativa; dall’altra l’importanza d’avere esperti della materia che abbiano conoscenza e consapevolezza delle metodologie da utilizzare affinché la valutazione assuma un carattere non solo valutativo bensì preventivo al servizio del datore di lavoro e dell’intera organizzazione.
16 Ott 2018

La motivazione al lavoro

La motivazione al lavoro

La motivazione è in gran parte determinata dalla psicologia di un individuo. Le nostre vite, soprattutto la nostra vita lavorativa, sono fortemente influenzate dai sistemi di ricompensa creati dal nostro cervello.

Per capire come la gente interpreti la ricompensa, i leader possono capire quale sia il modo migliore per motivare con successo la loro squadra, e come comunicare in modo più convincente con i loro clienti. Ricordati, il termine ricompensa non implica sempre un significato economico.

Avere un team adeguatamente motivato significa in genere avere clienti più soddisfatti e felici.

Quando pensiamo al lavoro, di solito mettiamo la motivazione e il pagamento sullo stesso piano valoriale, ma la realtà è che probabilmente dovremmo aggiungere al nostro concetto di motivazione anche: il significato, la creazione, le sfide, la propria identità, l’orgoglio.

Per saperne di più su ciò che rende le persone più produttive e più felici al lavoro, sono stati eseguiti numerosi studi riguardanti questo affascinante argomento. Qui di seguito, diamo uno sguardo ad alcuni degli studi di Dan Ariely (economista comportamentale) contenenti interessanti implicazioni riguardanti ciò che ci fa sentire bene nel nostro lavoro.

1. Vedere i Frutti del Nostro Lavoro Può Renderci Più Produtti

L’esperimento: In uno studio condotto presso la Harvard University, Dan Ariely ha formato due gruppi e a entrambi i partecipanti ha chiesto di costruire i personaggi della serie Lego Bionicles, che sarebbero stati pagati loro con un importo decrescente per ogni successiva realizzazione: 3 dollari per il primo, 2,70 dollari per il successivo, e così via.

Mentre le realizzazioni del gruppo A venivano conservate sotto il tavolo, per essere smontate alla fine dell’esperimento, i Bionicles del gruppo B venivano invece smontati non appena erano stati costruiti, in un ciclo infinito di in cui quelli che costruivano vedevano distruggere le proprie creazioni davanti ai loro occhi.

I risultati: gli individui del gruppo A hanno costruito in tutto 11 Bionicles, in media, mentre chi partecipava nel gruppo B ne ha fatto solo 7 prima di smettere.

Il risultato finale: Anche se la posta in gioco non era elevata, e anche se gli appartenenti al gruppo A sapevano che il loro lavoro sarebbe stato distrutto al termine dell’esperimento, poter vedere i risultati del loro lavoro, anche per un breve periodo di tempo è stato sufficiente per migliorare sensibilmente le prestazioni.

2. Meno Viene Apprezzato il Nostro Lavoro, Più Sono i Soldi che Vogliamo in Cambio per Farlo

L’esperimento: Ariely ha dato ai partecipanti allo studio (studenti del MIT) – un pezzo di carta sul quale erano scritte lettere a caso, e ha chiesto loro di trovare le coppie di lettere identiche.

Ad ogni fase venivano offerti loro sempre meno soldi rispetto al turno precedente. Le persone del primo gruppo dopo aver scritto i loro nomi sui fogli e averli consegnati allo sperimentatore, questo dopo aver pronunciato un ambiguo “Uh huh”, riponeva quei fogli in un mucchio.

Gli individui del secondo gruppo non avevano scritto i loro nomi, e lo sperimentatore metteva le schede da loro consegnate in un mucchio, senza nemmeno guardarle.

Gli appartenenti al terzo gruppo hanno visto triturare il loro lavoro immediatamente dopo averlo completato.

I risultati: le persone che hanno visto distruggere il loro lavoro, al fine di continuare a fare quel compito necessitano del doppio di soldi rispetto a quelli il cui lavoro è stato riconosciuto.

Le persone del secondo gruppo, il cui lavoro è stato conservato ma ignorato, occorrono quasi tutti i soldi delle persone il cui lavoro è stato tagliuzzato.

Il risultato finale: Ignorare le prestazioni lavorative delle persone equivale quasi a frantumare il loro sforzo davanti ai loro occhi. La buona notizia è che aggiungere un po’ di motivazione non sembra essere così difficile. La cattiva notizia è che eliminare la motivazione è incredibilmente facile, e se non stiamo attenti potremmo esagerare.

3. Più Difficoltoso è un Progetto, Più ci Sentiamo Fieri di Lavorarci

L’esperimento: In un altro studio, Ariely diede a un gruppo di costruttori di origami principianti, carta e istruzioni per costruire una forma (abbastanza brutta, tra l’altro).

 

A chi aveva fatto il progetto origami, così come agli spettatori, fu chiesto alla fine quanto avrebbe pagato per quel prodotto realizzato.

In una seconda variante Ariely nascose le istruzioni da alcuni partecipanti, che realizzarono un prodotto più brutto facendo anche più fatica.

I risultati: Nel primo esperimento, chi aveva costruito gli origami avrebbe pagato il prodotto finito cinque volte di più rispetto a chi lo aveva solo valutato da spettatore.

Nel secondo esperimento, la mancanza di istruzioni ha enfatizzato questa differenza: i costruttori avevano valutato i prodotti brutti ma costruiti con difficoltà con un prezzo ancor più elevato rispetto a quelli realizzati con più facilità ed esteticamente migliori, mentre la valutazione degli osservatori era ancora inferiore.

Il risultato finale: la valutazione sul valore del nostro lavoro è direttamente legata allo sforzo che abbiamo speso per compierlo. Inoltre, pensiamo erroneamente che anche le altre persone attribuiscano lo stesso valore che noi diamo al nostro lavoro.

4. Sapere che il Nostro Lavoro Aiuta gli Altri Può Aumentare la Nostra Motivazione Inconscia

L’esperimento: Come descritto sul New York Times Magazine, lo psicologo Adam Grant ha condotto uno studio presso il call center per la richiesta di fondi per l’Università del Michigan, in cui uno studente che aveva beneficiato della borse di studio grazie alla raccolta fondi del centro, ha parlato per 10 minuti alle persone che lavoravano nel call center per richiedere via telefono donazioni alle persone.

I risultati: Un mese dopo, gli addetti del call center trascorrevano il 142% di tempo in più tempo al telefono rispetto a prima e i ricavi erano aumentati del 171%. C’è da dire però che questi hanno negato che l’intervento dello studente che aveva ricevuto la borsa di studio li avesse in qualche modo influenzati.

Il risultato finale: i buoni sentimenti hanno scavalcato i processi cognitivi consci degli addetti al call center, andando ad attingere ad una risorsa motivazionale subconscia. Sono stati spinti maggiormente ad avere successo, anche se non hanno individuato il fattore scatenante di tale forza motivazionale.

5. L’impegno di Aiutare gli Altri ci Rende Più Propensi a Seguire le Regole

L’esperimento: Grant ha condotto un altro studio in cui ha messo dei cartelli nelle aree adibite al lavaggio mani di un ospedale, sui quali si leggeva “L’igiene delle mani ti protegge dall’insorgenza di malattie” o “L’igiene delle mani previene ai pazienti di contrarre malattie”.

I risultati: Medici e infermieri utilizzarono per il 45% più sapone o disinfettante nelle stazioni con i cartelli che menzionavano i pazienti.

Il risultato finale: Aiutare gli altri attraverso quello che viene chiamato “comportamento prosociale” ci dà una forte motivazione al lavoro.

6. Il Rinforzo Positivo sulle Nostre Capacità Può Aumentare le Prestazioni sul Lavoro

L’esperimento: degli studenti della Harvard University hanno parlato e condotto finte interviste con due gruppi sperimentali: con i partecipanti al primo gruppo gli sperimentatori annuivano e sorridevano, mentre si erano rivolti al secondo gruppo scuotendo la testa inarcando le sopracciglia e incrociando le braccia.

I risultati: i partecipanti al primo gruppo in seguito risposero più accuratamente ad una serie di domande numeriche rispetto a quelli del secondo gruppo.

Il risultato finale: le situazioni stressanti possono essere gestibili, dipende tutto da come ci sentiamo. Ci troviamo in uno “stato di sfida” quando pensiamo di poter gestire un determinato compito (come ha fatto il primo gruppo). Quando invece siamo in uno “stato di minaccia“, la difficoltà del compito ci travolge, e ci scoraggiamo.

Siamo più motivati ​​e lavoriamo meglio all’interno di una stato di sfida quando abbiamo fiducia nelle nostre capacità.

7. Le Immagini che Innescano Emozioni Positive Possono Davvero Aiutarci a Focalizzarci sul Lavoro

L’esperimento: I ricercatori dell’Università di Hiroshima chiesero agli studenti universitari di eseguire un compito di destrezza prima e dopo aver guardato le immagini di animali cuccioli e adulti.

 

I risultati: in entrambi i casi si sono verificati miglioramenti di prestazione, ma un miglioramento superiore del 10% si è verificato quando i partecipanti hanno guardato le immagini di simpatici cuccioli e gattini.

Il risultato finale: i ricercatori suggeriscono che l’emozione positiva sella “carineria-scatenante” ci aiuta a focalizzare la nostra attenzione, aumentando le nostre prestazioni su un compito che richiede molta concentrazione.

09 Ott 2018

Le competenze necessarie nei team di lavoro

Nel mondo del lavoro di oggi è importante che i team siano altamente performanti, inter-funzionali e formati da persone in grado di adattarsi prontamente ai cambiamenti ed alla flessibilità richiesta nei contesti organizzativi.
La capacità di lavorare efficacemente in squadra, per il raggiungimento di obiettivi comuni, rappresenta quindi una competenza fondamentale per il successo delle persone e delle aziende.

 

Ecco le competenze fondamentali per una buona riuscita di un team.

1. Entusiasmo e Commitment

Un membro del team esemplare trasmette entusiasmo e commitment agli altri. L’impegno per la causa passa attraverso la condivisione degli ideali, della vision e della mission dell’organizzazione.

2. Competenza
Un buon team player si assicura di essere preparato. All’interno di un team composto da persone competenti, infatti, è più facile che le persone abbiano fiducia nel raggiungimento della qualità del risultato. La competenza costruisce una squadra forte e riduce l’ansia.

3. Perseveranza e Impegno
La perseveranza, la focalizzazione verso l’obiettivo, è facile per coloro che sono impegnati e concentrati. Quando si è impegnati, inoltre, si è fermi nella convinzione di farcela.

4. Creatività
Il pensiero fuori dagli schemi è la chiave per la trasformazione organizzativa e genera innovazione. Un team che risolve problemi in maniera creativa è vincente perché fatto di persone che non hanno avuto paura di condividere il loro pensiero, anche se non convenzionale, unite a persone che sono state capaci di accogliere nuove idee.

5. Senso dell’umorismo
La leggerezza tiene unita la squadra, insieme ai valori e alla visione condivisi. La dedizione e l’impegno nei confronti dei valori condivisi non impediscono ai membri del team di divertirsi!

6. Curiosità
I migliori membri del team fanno domande aperte, non sono portatori della verità assoluta e sono curiosi per natura, aperti ad ascoltare altri punti di vista.

7. Affidabilità
Un membro ideale del team comprende l’importanza dell’impegno preso verso se stessi e verso gli altri. Affidabilità è mantenere la parola data, di volta in volta.

8. Collaborazione
La collaborazione è prima di tutto dare il proprio contributo, prima ancora che offrirsi di aiutare gli altri. I membri forti del team valorizzano il potere e la sinergia create da un’efficace collaborazione.

 

02 Ott 2018

Il lavoro e la felicità

Si chiama Chief Happiness Officer e sviluppa la felicità sul posto di lavoro. Aiuta le aziende a misurare la felicità attraverso nuovi parametri come il grado di soddisfazione, la crescita del brand e la diminuzione degli infortuni.

Ecco alcuni consigli da seguire per perseguire la felicità sul posto di lavoro.

Iniziamo con aiutare gli altri
Parliamo di azioni di gentilezza nei confronti di un collega (offri aiuto con un progetto, fai un complimento sincero, fai spuntare un sorriso in un momento difficile, offri un caffè, etc). Se un collega è in difficoltà, invece di parlare di lui con gli altri, aiutalo.

Dedichiamo del tempo ai colleghi
Fermati a parlare con qualcuno alla macchinetta del caffè, instaura nuove relazioni, siediti ad un tavolo con persone nuove a mensa, connettiti con le persone e mantieni questi rapporti.
Un buon rapporto con gli altri, sul posto di lavoro, ci aiuterà a sorridere di più, ad alleviare la tensione, stimolare la creatività e migliorare le prestazioni.

Non fermarti, impara cose nuove
Prova a fare cose per la prima volta; impara da un collega, segui il modus operandi del capo, leggi un libro inerente un argomento che può aiutarti sul lavoro.
Imparare cose nuove ci fa sentire bene, ci mantiene curiosi ed entusiasti, inoltre ci dona un senso di successo e realizzazione che aumenta la fiducia in noi stessi.

Rimani positivo
Le emozioni positive, oltre che farci stare bene, ci permettono di lavorare meglio aumentando la nostra capacità di affrontare situazioni negative e la nostra flessibilità. Allenati ad essere positivo quindi in ogni situazione ed a guardare il bicchiere mezzo pieno svolgendo compiti che ti fanno stare bene, sorridendo e cercando di dire qualcosa di positivo quando si entra in ufficio. La reazione degli altri potrebbe sorprenderti.
Lasciamo fuori la negatività.

Stare bene con noi stessi
Cerca di essere con te stesso gentile allo stesso modo in cui lo sei con gli altri.
Guarda ai tuoi errori come a opportunità di crescita e celebra i tuoi successi, anche se piccoli.

Sviluppa la resilienza
E’ la capacità di gestire lo stress in modo sano, esercitandosi a riflettere prima di agire ed a mantenersi ad un certa distanza dai problemi, che non vuol dire fuggire e scansarli nascondendosi, ma guardarli dall’esterno.
Avremo un senso di stima e soddisfazione più elevato, saremo in grado anche di aiutare maggiormente i colleghi e soffriremo meno gli effetti negativi dello stress.

 

25 Set 2018

Il benessere psicologico in ambito lavorativo

Il benessere psicologico in ambito lavorativo

L’interesse del concetto di benessere, inteso come “funzionamento psicologico positivo” o “salute mentale positiva”, è sempre più crescente, soprattutto per il suo contributo a tutti gli aspetti della vita umana. Più comunemente, tra le persone, questi termini sono meglio conosciuti con il concetto di “felicità”.

Secondo Argyle (1987), la felicità è rappresentata da un senso generale di benessere complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l’autorealizzazione e la salute. La felicità è anche legata al numero e all’intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta. In questo caso è definibile come l’emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all’esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D’Urso & Trentin, 1992).

Waterman (1993) ha identificato due concezioni teoriche distinte: l’eudaimonia, che corrisponde ai sentimenti di espressività personale, alle funzioni psicologiche e alla realizzazione personale, e l’edonismo che si focalizza sull’esperienze soggettive di felicità e soddisfazione di vita.

Secondo l’autore queste componenti sono associate ad attività distinte e hanno coinvolgimenti diversi per i sentimenti di autorealizzazione. Le attività che fanno sorgere sentimenti di espressività personale sono quelle in cui il soggetto sperimenta stati di autorealizzazione grazie alla possibilità di poter esprimere e mostrare le proprie potenzialità e capacità, attraverso lo sviluppo delle abilità e dei talenti personali e il raggiungimento degli scopi.

L’edonismo si origina da una gamma di attività molto ampia; esso viene sperimentato ogni volta che si avvertono emozioni piacevoli come conseguenza del soddisfacimento di bisogni fisici, intellettuali e sociali.

L’autore ha trovato che questi due aspetti del benessere sono associati ad attività differenti; l’edonismo può originarsi da una varietà di fattori, i sentimenti di espressività personale sono invece collegati a un numero ridotto e specifico di azioni.

Vari studiosi hanno cercato di capire su quali elementi le persone si basano nel giudicare positivamente la propria vita; il benessere in questo senso è valutato secondo gli standard delle persone nel determinare ciò che è positivo nella vita, secondo quindi i propri criteri personali. Sono stati di conseguenza costruiti strumenti in grado di misurare il benessere nella sua componente cognitiva (ad esempio il Life Satisfaction Index di Neugarten, 1961; la Satisfaction With Life Scale di Diener et al., 1985; il singolo indice di felicità di Andrews, 1976).

Un’altra categoria di definizioni che si riferisce al concetto di benessere denota una prevalenza di affetti positivi su affetti negativi, enfatizzando la presenza di esperienze emotive piacevoli. Secondo Bradburn (1969), la felicità è un giudizio globale che le persone formulano comparando i loro affetti negativi con quelli positivi. Bradburn ha costruito uno strumento auto-valutativo, l’Affect Balance Scale (1969), che più tardi è stato ripreso da Watson creando le Positive and Negative Affect Scales con cui si possono quantificare gli stati emotivi sia positivi che negativi in un arco di tempo precisato. Altri studiosi hanno fatto corrispondere il concetto di benessere psicologico con quello di varie componenti: ad esempio l’autostima (Rosemberg, 1965), l’ottimismo (Scheier & Carver, 1993), gli stati d’umore positivi (Lawton, 1975), il locus di controllo (Levenson, 1974) e il senso di coerenza (Antonovsky, 1993).

In campo clinico il benessere è stato interpretato come assenza di sintomatologia legata a depressione, ansia ecc. Spesso si utilizza, per tale costrutto, il Sympton Questionnaire di Kellner (1978) che associa quattro scale sintomatologiche (ansia, depressione, somatizzazione ed ostilità) alle corrispondenti scale di benessere (rilassamento, contentezza, benessere fisico e buona disposizione). Nell’ambito della psicopatologia, appare fondamentale la valutazione della remissione e della guarigione da un disturbo affettivo (Ruini, Ottolini, Raffanelli, Conti & Fava, 2000).

Un’ampia letteratura mostra la presenza di sintomi residui in pazienti con disturbi ansiosi e depressivi al termine del trattamento farmacologico e/o psicoterapico (Fava, 1996). Questi sintomi implicano un esito prognostico negativo a lungo termine; nella valutazione della guarigione da un disturbo affettivo diventa essenziale non solo la completa remissione dei sintomi, ma anche il ripristino del benessere psicologico e del funzionamento ottimale dell’individuo.

18 Set 2018

Risorse umane e produttività

Risorse umane e produttività

Introdurre strumenti e tecniche per gestire il personale è diventata una necessità per molte aziende, affinchè sia garantita la propria competitività.

Tra gli obiettivi principali della “gestione del personale” molte aziende indicano:
• il controllo del costo del lavoro;
• un miglior processo decisionale grazie al supporto di dati sul personale;
• il rispetto delle normative, in particolare sugli orari e sulle pause di lavoro;
• una maggior flessibilità individuale.

È importante sottolineare che la tendenza di molte PMI di avvalersi di risorse esterne per l’elaborazione delle paghe e per la gestione degli aspetti specie contrattuali con i lavoratori, si conferma una scelta economicamente efficace e non impedisce assolutamente lo sviluppo di sistemi di gestione delle risorse umane interni all’azienda, volti ad un aumento di produttività e ad una gestione strategica delle competenze.

Utilizzare un sistema completo (software e hardware) per automatizzare i processi di rilevazione, controllo e gestione dei dati relativi alla presenze e assenze del personale, diventa il primo step per implementare una produttiva gestione del personale.

Queste informazioni devono essere completate con quelle fornite da chi elabora le paghe per arrivare a una gestione amministrativa del personale che comprenda la gestione dei dati anagrafici di dipendenti e collaboratori, della documentazione del personale, di ferie e permessi, dei turni lavorativi, delle informazioni contrattuali e materiali / benefit concessi con relative scadenze, delle note spese, dei provvedimenti disciplinari, della selezione personale e CV, ecc.

E’ dunque necessario valorizzare il capitale umano per promuovere la crescita dell’impresa ovvero impegnarsi quotidianamente per far convergere lo sviluppo delle competenze e gli obiettivi aziendali.

Risulta così indispensabile l’introduzione di strumenti di gestione organizzativa e valorizzazione del personale: dalla definizione dell’organigramma alle politiche retributive, dall’analisi delle competenze alla corretta attribuzione e integrazione dei ruoli assegnati, dall’analisi dei bisogni formativi alla gestione della formazione, dalla simulazione di scenari organizzativi futuri alla valorizzazione delle persone.

11 Set 2018

Perchè è importante la formazione professionale

Perchè è importante la formazione professionale

La formazione professionale in Italia viene affidata alle regioni e agli enti privati. Le regioni organizzano corsi riconosciuti che consentono di ottenere punteggio ed esperienza per acquisire conoscenze professionali.

Le esigenze a cui risponde la formazione professionale sono di due tipi:

  • attraverso la formazione professionale si ottengono delle competenze che consentono di svolgere un lavoro. Ad esempio, quando la regione nota che in un dato settore mancano competenze e professionalità può indire dei corsi di formazione. Quindi la formazione professionale oltre a far acquisire competenze e immettere nel mercato del lavoro nuove professioni, occupa anche un ruolo strategico all’interno delle dinamiche del mercato del lavoro.
  • la formazione professionale, armonizzandosi alle richieste della domanda di lavoro, corregge l’offerta allineando le competenze richieste con quelle offerte. Questo fattore è decisivo sia nel caso si parli di conversione delle competenze di lavoratori precedentemente occupati, sia in risposta all’adeguamento professionale reso necessario dall’avanzamento tecnologico. Oggi molte professioni sono state travolte dalla rivoluzione informatica e digitale. I lavoratori di queste attività in crisi hanno poche alternative: la formazione professionale è la risposta migliore. Non è un caso che anche in casi in cui l’azienda non entri in crisi, essa organizzi dei corsi di formazione per mantenere intatta la sua presenza nel mercato.

Un aspetto sottovalutato riguarda la formazione dei professionisti. Questi devono agire secondo il proprio impulso: aggiornarsi o rimanere indietro fidandosi del proprio sapere? In realtà la formazione professionale per questa tipologia di lavoratori potrebbe essere una svolta decisiva.

professionisti naturalmente possono affinare le loro competenze acquisendo le abilità richieste per stare sul mercato.

Inoltre, i corsi di formazione, tanto in azienda, quanto nella logica della professione, sono importanti perché rappresentano un momento di pausa con il quale si stacca dalla routine giornaliera. Si conoscono nuove persone, si capisce come funziona il mercato, si frequenta un ambiente stimolante, che aiuta a crescere e quindi in definitiva ad avanzare nella propria professione.

04 Set 2018

Comunicazione empatica a lavoro

Comunicazione empatica a lavoro

La comunicazione empatica

La comunicazione empatica è uno strumento prezioso in ogni ambito della nostra vita, dall’ambiente di lavoro alla sfera sociale. Il termine empatia deriva dal greco en-pathos “sentire dentro” e fa riferimento alla capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona senza ricorrere alla comunicazione verbale, cercando di comprenderne affetti, pensieri ed emozioni.

Se non si possiede già, l’empatia si può acquisire adottando alcuni accorgimenti, cercando di evitare tutti quei possibili errori che potrebbero interrompere la comunicazione.

GLI OSTACOLI ALL’EMPATIA

  • Avere un atteggiamento indagatore concentrato più sui particolari che su ciò che sta vivendo l’altro;
  • La tendenza ad offrire soluzioni ai problemi altrui basandosi sulla propria esperienza;
  • Utilizzare frasi consolatorie generaliste che non considerano la specificità della situazione;
  • Esprimere giudizi personali su cosa sia accaduto;
  • Impostare il discorso su di sé, riportando le proprie esperienze;
  • Trarre conclusioni affrettate.

ATTIVARE UNA RELAZIONE EMPATICA: COMPRENSIONE E ASCOLTO ATTIVO

Attraverso lo sviluppo dell’empatia possiamo accrescere la nostra consapevolezza e individuare strategie comportamentali nuove e maggiormente efficaci. Per fare ciò è necessario sviluppare le competenze emotive, gestire positivamente le emozioni, tanto interiormente, quanto nelle nostre relazioni.

I veri elementi chiave per una comunicazione empatica sono la comprensione e l’ascolto attivo.

Per comprendere davvero l’altro, non dobbiamo puntare la nostra attenzione semplicemente sul racconto del nostro interlocutore, ma dobbiamo spostare il focus sul come questi sta raccontando, sulle sfumature emotive della narrazione. È proprio attraverso tali sfumature che riusciamo a cogliere le informazioni sullo stato d’animo del narratore. Tuttavia, affinché l’altro si apra e ci dia l’opportunità di comprenderlo è necessario dare dimostrazione di saper ascoltare.

L’ascolto, infatti, rappresenta una componente fondamentale della comunicazione verbale. Saper ascoltare significa essere aperti allo scambio, all’interazione e alla crescita personale, ma ciò richiede la messa in campo di tutta l’attenzione, la sensibilità, la comprensione, l’intelligenza, l’empatia di cui siamo capaci. Quando ci relazioniamo con gli altri, infatti, il più delle volte ci limitiamo a “sentire” i loro discorsi ma in realtà non stiamo ascoltando attivamente. Chi ascolta attivamente non è più un ricevente passivo ma qualcuno che agisce per facilitare la comunicazione e che invia continuamente feedback. L’ascolto attivo può rivelarsi un vero alleato anche nelle relazioni quotidiane di ognuno di noi, in quanto permette di instaurare un contatto autentico con l’altro e quindi di avviare un tipo di comunicazione più efficace e proficua.

COME AVERE UN ASCOLTO ATTIVO

Quando ascoltiamo attivamente è fondamentale essere in grado di leggere i segnali inviati dall’interlocutore e controllare quelli da noi emessi. Per questo motivo bisogna sempre tener a mente che non si ascoltano solo i contenuti espressi attraverso le parole, ma si può “ascoltare” anche attraverso la comunicazione non verbale e l’osservazione di come questi contenuti sono trasmessi.

Ma un ascolto attivo, per essere veramente efficace deve essere empatico; la tecnica del rispecchiamento empatico ci consente di comunicare all’altro la nostra presenza nella relazione dandogli la sensazione di essere ascoltato e compreso, in modo che si instauri un clima di fiducia. Ciò può avvenire solo attraverso l’attenzione ai contenuti e la comprensione degli stati d’animo, evitando di ricorrere a interpretazioni. L’utilizzo di segnali di contatto è un’altra tecnica per promuovere un ascolto di tipo attivo: sguardi benevoli, sorrisi, cenni di assenso con il capo o con il viso.