20 Gen 2021

LA CARRIERA LAVORATIVA E IL SUO MUTAMENTO FINO AD OGGI

LA CARRIERA LAVORATIVA E IL SUO MUTAMENTO FINO AD OGGI

Secondo Arthur et al. (1989) il concetto di “carriera” può essere definito come una sequenza di esperienze lavorative che una persona fa nel corso del tempo.

CARRIERA ESTERNA E INTERNA

Quando si parla di carriera, secondo Toderi e Sarchielli (2013), che riprendono Schein (1971), è indispensabile affrontare il tema della dualità tra “carriera esterna”, costituita da una serie di posizioni, responsabilità lavorative e aspettative organizzative, che si susseguono in una o più organizzazioni, e “carriera interna”, ovvero tutti i sentimenti, pensieri e cognizioni relativi al dove andare e al cosa dover fare per raggiungere l’obiettivo sperato e per superare gli ostacoli che si presentano nel cammino. In entrambe le accezioni, la carriera deve essere considerata come un processo lungo carico di atteggiamenti, comportamenti e sentimenti che si susseguono nella relazione tra persona e organizzazione.

LA CARRIERA DI PROPRIETÀ DEI LAVORATORI O DELLE ORGANIZZAZIONI

A questo proposito, la carriera può essere intesa da un lato di proprietà dei lavoratori, a cui spetta il compito di delineare il percorso utile al raggiungimento dei propri obiettivi, ma è anche di proprietà delle organizzazioni, in quanto con le loro pratiche, regole e direttive influenzano le esperienze lavorative e di conseguenza le carriere (Baruch, 2006). Quando si parla di carriera di proprietà delle persone, entra in gioco la contrapposizione tra “carriera soggettiva” e “carriera riuscita” proposta da Super, et al. (1996). La prima corrisponde ai tentativi individuali di esprimere in termini occupazionali cosa una persona vorrebbe essere e di ridefinire il proprio Sé mentre si affronta la realtà esterna, fatta di pressioni, difficoltà e cambiamenti. La carriera riuscita riguarda le percezioni e le emozioni che un lavoratore ha rispetto alla propria carriera, nello specifico rispetto al cammino intrapreso, al raggiungimento degli obiettivi prefissati e alla sua pienezza, oltre che alla somiglianza tra i valori personali e quelli organizzativi.

IL CAMBIAMENTO NELLA CONCEZIONE DELLA CARRIERA LAVORATIVA

La determinazione della carriera personale di un singolo lavoratore è fortemente cambiata negli ultimi anni, perché in passato il rapporto di lavoro prevedeva stabilità e sicurezza nel tempo, quindi le aziende assicuravano, secondo regole e direttive interne, una successione di promozioni basate in genere sull’anzianità di servizio e sull’impegno profuso; inoltre prevedeva maggiore libertà, autonomia e responsabilità per i lavoratori. Questi ultimi a loro volta avevano l’obbligo d’impegnarsi e dimostrarsi leali (Fraccaroli, 2005). Negli ultimi anni invece, si è parlato più frequentemente di precarietà lavorativa, di flessibilità nella carriera, di proattività, di auto-apprendimento e di auto-promozione; tutti questi concetti stanno acquisendo molta importanza per via del mutamento del mercato del lavoro, che non permette più, a differenza di prima, la possibilità di permanere nella stessa azienda per molti anni, ma che predilige rapporti di lavoro a breve termine. Questo è dovuto alla globalizzazione dell’ultimo secolo, con cui sono drasticamente aumentati scambi economici e rapporti internazionali, che vanno ad agire sulla competizione e sulla concorrenza; queste ultime a loro volta non permettono alle singole aziende di poter investire nel capitale umano a lungo termine, dunque per motivi puramente economici, si prediligono contratti brevi, aumentando la possibilità di sopravvivenza in un mercato competitivo e spietato, ove la parola d’ordine è “risparmio”.

BOUNDARYLESS E PROTEAN CAREER

A questo proposito, si possono presentare due nuovi costrutti di carriera: Boundaryless e Protean career (Hall, 2004). Boundaryless career o carriera senza confini è un concetto che si riferisce ai movimenti oggettivi che una persona compie all’interno degli stessi confini organizzativi o tra più posti di lavoro in diverse aziende (Hess, Jepsen & Dries, 2012). Queste transizioni non devono essere intese con un’accezione puramente negativa perché esse possono essere attraenti per tutti quei lavoratori che hanno acquisito, mediante tutte le varie esperienze (temporanee e non), una serie di competenze utili a mantenersi competitivi nel mercato del lavoro. A questo punto, l’idea secondo cui la carriera è delle persone assume sempre più importanza visto che, dal momento in cui essi escono dall’organizzazione, devono affrontare delle transizioni guidati dalle proprie aspettative e dalle proprie rappresentazioni. In secondo luogo, Protean career o carriera mutevole, al contrario del precedente costrutto, si riferisce alla parte soggettiva della carriera (Hall, 2004). Esso si concentra sulla necessità per il lavoratore di: ridefinire il Sé in risposta ai cambiamenti esterni; costruire il proprio capitale di carriera scegliendo le esperienze più significative; essere mutevoli per potersi adattare rapidamente all’uscita da un’azienda e all’ingresso in un’altra e di farsi personalmente carico della propria carriera.

CONCLUSIONE

Le carriere tradizionalmente erano lineari, ma stanno diventando sempre più spezzettate, visto che sono caratterizzate da ricollocamenti, mobilità, instabilità, contratti brevi e cambiamenti di lavoro. D’altro canto, gli stessi datori di lavoro non garantiscono stabilità dell’occupazione e sembrano aspettarsi lavoratori in grado di progettare e gestire autonomamente la propria vita personale e la propria carriera lavorativa; quest’ultima sarebbe caratterizzata dalla successione di contratti brevi e rinegoziabili. In questo contesto l’organizzazione non ha l’obbligo di prendersi cura delle singole carriere lavorative, che sono completamente nelle mani dei singoli lavoratori.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Arthur. M. B., Hall. D. T. & Lawrence. B. S. (1989). Generating new directions in career theory: The case for a transdisciplinary approach. Handbook of career theory: 7–25.
  • Baruch. Y. (2006). Career development in organizations and beyond: Balancing traditional and contemporary viewpoints. Human Resource Management Review. 16(2):125-138.
  • Fraccaroli. F. (2005). Progettare la carriera. Milano. Cortina.
  • Hall. D. T. (2004). The protean career: A quarter-century journey. Journal of Vocational Behavior. 65: 1-13.
  • Hess. N., Jepsen. D. M. & Dries. N. (2012). Career and employer change in the age of the “boundaryless” career. Journal of Vocational Behavior. 81: 280-288.
  • Schein. E. H. (1971). The Individual. the Organization. and the Career: A Conceptual Scheme. The Journal of Applied Behavioral Science. 7(4): 401–426.
  • Super. D. E., Savickas. M. L. & Super. C.M. (1996). The Life-span. Life-space Approach to Careers. in D. Brown & L. Brooks (Eds) Career Choice and Development. III ed. San Francisco. CA. Jossey-Bass: 121-178.
  • Toderi. S. & Sarchielli. G. (2013). Sviluppare la carriera lavorativa. Il Mulino. Bologna.

 

 

 

 

13 Gen 2021

L’IMPORTANZA DEGLI OBIETTIVI NEL LAVORO

L’IMPORTANZA DEGLI OBIETTIVI NEL LAVORO

L’obiettivo è un traguardo da voler raggiungere e può anche essere visto come una nuova sfida che entra nella vita della persona, che a sua volta proverà a vincere. Attraverso la giusta formulazione dell’obiettivo si può arrivare a un’importante crescita personale e professionale, inoltre se si riesce a raggiungere il risultato sperato, si sarà inondati da una serie di emozioni e sensazioni positive, come ad esempio: orgoglio, senso di soddisfazione e benessere generale percepito.

LAVORARE PER OBIETTIVI

A proposito di ciò nel biennio 2020/21 si vedono sempre più spesso annunci lavorativi, in cui si richiede una “buona capacità di lavorare per obiettivi”. Quest’ultima è una soft skill (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo), attraverso cui la persona si pone una serie di traguardi da voler raggiungere nel breve e nel lungo periodo. Si è visto che questa competenza è positivamente correlata ad alta produttività del dipendente, che a sua volta permette un incremento del rendimento aziendale.

LE CARATTERISTICHE CHE DOVREBBERO AVERE GLI OBIETTIVI

La formulazione è forse il passaggio fondamentale per aumentare la probabilità di raggiungere quel determinato scopo finale, infatti se ciò che vorremmo raggiungere non ha delle caratteristiche prefissate, sarà difficile trarne uno giovamento.

Ecco quali sono le caratteristiche chiave:

  1. L’obiettivo deve essere SPECIFICO, DEFINITO e MISURABILE: più lo è più sarà raggiungibile. Per adempiere appieno a questo requisito, può essere utile rispondere a cinque domande:
    • Cosa vuoi fare?
    • Come?
    • Quando?
    • Dove?
    • Con chi?
  1. FISSARE UNA SCADENZA: è necessario stabilire un termine entro il quale dover raggiungere l’obiettivo, perché questo ci permetterà di essere più ansiosi e di converso più motivati.
  2. L’OBIETTIVO DEVE ESSERE ESPRESSO IN POSITIVO: perché esprimendolo in negativo, si tenderà a vedere ciò che non si vuole, dunque non bisogna dire ad esempio “Non voglio fare più questo lavoro”, ma bisognerebbe dire “Voglio fare ..”.
  3. FATTIBILE: deve essere raggiungibile, dunque non deve essere un obiettivo troppo ambizioso e quindi irraggiungibile, perché in questo caso si otterrebbe il risultato contrario, ovvero la demotivazione nel vedere il traguardo troppo lontano.
  4. MOTIVANTE: come si è visto prima, l’obiettivo deve essere fattibile, ma non deve essere troppo facile da raggiungere; bisognerebbe trovare il giusto equilibrio, affinché la motivazione nel perseguirlo possa salire.
  5. ESPRESSO IN FORMA SCRITTA: verba volant, scripta manent (lat. “le parole volano, gli scritti rimangono”), perché psicologicamente scrivere qualcosa è un impegno.
  6. NON DEVE ESSERE IN CONTRASTO CON I PROPRI VALORI: in questo caso bisognerebbe fare una lista dei propri valori per cercare, nella formulazione dell’obiettivo, di non andare in contrasto con alcuni di essi. Rispettare questo requisito è importante perché nel caso in cui si riuscisse ad arrivare al traguardo, ma senza rispettare un proprio valore, non si potrebbe godere appieno della felicità e del benessere.
  7. IMMAGINABILE: si dovrebbe riuscire a convertire l’obiettivo in un’immagine e avere quindi la possibilità di vederlo chiudendo gli occhi; si deve poter vedere e raccontare agli altri.
  8. SUDDIVISIBILE IN SOTTOBIETTIVI: è importante programmare vari step e sottobiettivi per arrivare al traguardo finale perché questo permette di stilare un piano d’azione e permette anche di alzare la motivazione progredendo tra i passi.

CONCLUSIONE

In conclusione, la corretta formulazione dell’obiettivo permette di avere maggiore motivazione e impegno nel cercare di raggiungerlo; questo influenza direttamente i risultati, aumentando la probabilità di raggiungerlo. Tutto questo significa, in un contesto lavorativo/aziendale, aumentare la produttività dei lavoratori e dunque aumentare il rendimento aziendale. Quindi, tutte le organizzazioni dovrebbero stilare correttamente obiettivi, per agire sulla propria produttività, che è influenzata da quella dei dipendenti.

16 Dic 2020

SOFT SKILL E HARD SKILL: QUALI SONO PIÙ IMPORTANTI NEL MERCATO DEL LAVORO ODIERNO?

SOFT SKILL E HARD SKILL: QUALI SONO PIÙ IMPORTANTI NEL MERCATO DEL LAVORO ODIERNO?

Questo articolo è importante perché cerca di far luce sul decennale dibattito tra le hard e le soft skill e su chi abbia maggiore influenza su un’ipotetica assunzione.

Distinzione tra soft skill e hard skill

Le hard skill sono delle competenze tecniche quantificabili e facilmente dimostrabili, che possono essere acquisite ad esempio a scuola, o durante i vari corsi di formazione o durante le varie esperienze lavorative. Esse sono il nostro bigliettino da visita, perché presenti nel curriculum che legge il selezionatore, il quale dovrà, attraverso una serie di screening curriculari, decidere chi chiamare per un colloquio di approfondimento.

Le soft skill sono delle competenze trasversali perché attraversano tutti gli ambiti lavorativi, dunque non sono competenze specifiche legate a un singolo compito o a una singola mansione (hard skill). Esse possono essere considerate delle caratteristiche personali che influenzano il modo in cui si affrontano le richieste dell’ambiente esterno (in questo specifico articolo ci si riferirà soprattutto all’ambito lavorativo, ma il discorso è facilmente espandibile a tutti i contesti della vita). Le principali soft skill, secondo il sito di AlmaLaurea sono: autonomia; fiducia in sé stessi; flessibilità/adattabilità; resistenza allo stress; capacità di pianificare e organizzare; precisione/attenzione ai dettagli; apprendere in maniera continuativa; conseguire obiettivi; gestire le informazioni; essere intraprendente/spirito d’iniziativa; capacità comunicativa; problem solving; team work e leadership.

Quando fare affidamento su di loro?

Come accennato in precedenza, le hard skill sono molto importanti soprattutto nella fase iniziale dell’iter di selezione, ovvero quando il selezionatore deve decidere chi è idoneo a ricoprire la posizione vacante all’interno dell’azienda; infatti, esse rappresentano i requisiti minimi che una persona deve avere per potersi candidare per l’offerta lavorativa. Le soft skill sono importanti nella fase centrale (presente soprattutto nelle grandi selezioni) e nella fase finale dell’iter di selezione, quando ad esempio si è convocati per un colloquio o per dei test. In questi ultimi due momenti si presuppone che tutti i candidati presenti abbiano i requisiti specifici (hard skill) per ricoprire al meglio la posizione, dunque si vuole verificare quali tra questi possiede competenze non strettamente legate al compito, ma che potrebbero portare a migliori performance.

Facciamo un esempio per capire meglio. Un’azienda cerca un nuovo collaboratore a cui affidare completamente sia la gestione di un punto vendita che la presentazione di nuovi prodotti in pubblico. Tra le hard skill troveremo ad esempio: capacità di gestire un punto vendita, con esperienza pregressa dimostrabile; conoscenza dei prodotti in vendita; padronanza dei principali sistemi informatici; etc. Mentre le soft skill potrebbero essere: autonomia (svolgere i compiti assegnati facendo affidamento solo alle proprie risorse, senza la necessità di essere affiancati da un supervisore); flessibilità/adattabilità (sapersi adattare facilmente a vari contesti e a differenti ambiti lavorativi); precisione (essere accurati e attenti a tutto ciò che si fa, curandone i dettagli); conseguire obiettivi (riuscire a raggiungere o a superare gli obiettivi prefissati); capacità comunicativa (trasmettere e condividere le informazioni con il proprio interlocutore in modo chiaro e sintetico, ma anche ascoltarli e confrontarsi con loro). Quindi, le prime hard skill saranno utili al selezionatore per scartare i candidati non idonei che non possono ricoprire la posizione lavorativa, mentre le soft skill sono importanti nel momento in cui si supera il primo step di selezione e si arriva a un colloquio o a un eventuale test. Dunque, entrambe sono molto importanti, ma in momenti differenti dell’iter selettivo.

Concezione passata delle competenze

Non sempre però la concezione di queste due macro-aree di competenze è stata la stessa, perché fino a qualche decennio fa, quando c’erano molte più possibilità lavorative rispetto ad adesso, si valutavano solo ed esclusivamente le cosiddette hard skill, dunque ai fini dell’assunzione si dava importanza alle competenze attinenti al lavoro che si sarebbe dovuto andare a svolgere. Con il passare del tempo, però, le soft skill sono divenute sempre più importanti, fino a ottenere una valenza di primissima fascia. Infatti, chi padroneggia queste ultime dispone di uno strumento utile a valorizzare le proprie competenze tecniche.

Conclusione

Non è possibile risolvere la diatriba tra coloro che sostengono le hard skill e coloro che sostengono le soft skill, perché sono entrambe molto importanti a seconda del momento di selezione in cui ci si trova.

Piccolo appunto però va fatto per i neolaureati, perché loro non hanno tante esperienze lavorative, dunque non potranno vantare, nel momento in cui mandano varie candidature per posizioni lavorative, un curriculum ricco di competenze tecniche. A questo proposito, per loro riveste particolare importanza riuscire, attraverso il proprio curriculum o il colloquio conoscitivo, a far emergere le competenze trasversali possedute.

02 Set 2020

Consigli per un metodo materno Montessoriano

Consigli per un metodo materno Montessoriano

Maria Montessori credeva nel valore e nelle capacità di ogni singolo bambino. Il metodo Montessori, infatti, riesce a rispettare l’individualità di ogni bambino e non è paragonabile a nessuna tecnica d’insegnamento standard.

Il metodo Montessori trascende dai sistemi educativi tradizionali e si fonda sulla convinzione che i bambino dovrebbero essere liberi di imparare senza restrizioni o critiche.

Questo approccio “alla formazione” prende a cuore le necessità, i talenti, i doni, le capacità individuali di ogni bambino. Un processo che aiuta i bambini a imparare con tutto l’entusiasmo di cui sono capaci. Al contrario, i bambini ai quali viene imposto un programma di apprendimento con traguardi da raggiungere, possono essere messi sotto pressione, senza la possibilità di accedere a pieno alle proprie reali capacità. Non solo a scuola, il metodo Montessori può essere applicato anche tra le mura domestiche così da promuovere la gioia di imparare sempre: in termini di educazione domestica, in termini di rapporti in famiglia e nello spazio dei compiti a casa.

  1. Gli spazi del bambino e la casa

La cameretta del tuo bambino deve rappresentare uno spazio sicuro dove tuo figlio può muoversi ed esplorare in libertà. Crea uno spazio a misura di bambino. Ecco come puoi fare:

  • Scegli un letto basso, più vivibile per un bambino.
  • Fissa uno specchio alla parete accanto al letto.
  • Metti scaffali bassi, appendi foto al muro all’altezza del bambino.
  • Inserisci mobili di facile accesso, altezza bambino.
  • Se la cameretta è piccola, meglio se dotata di porta scorrevole così potrà essere aperta senza creare ingombri o fastidi nelle fasi di gioco.

Nel soggiorno o in veranda non dovrà mancare uno spazio dedicato alle attività manuali del bambino. Poggia un tappeto molto morbido sul pavimento, un materassino da campeggio o di spugna. Il bambino dovrà essere comodo. Non lesinare sulle dimensioni, i bambini hanno bisogno di spazio. Su questo tappeto il bambino sarà libero di riversare tutti i suoi giochi. In questa zona potete disporre un tavolo da lavoro per fare lavoretti fai da te o giochi di apprendimento.

L’intera casa non deve essere un percorso a ostacoli. L’organizzazione intelligente degli spazi sarà la migliore alleata e consentirà a te e al tuo bambino di vivere al meglio qualsiasi attività.

  1. Organizzazione e ordine

Insegna a tuo figlio che può passare da un’attività all’altra solo quando avrà messo a posto i pezzi dell’attività precedente. Insegna a tuo figlio di rispettare gli spazi del gioco, senza sconfinare.

E’ vero che la casa deve essere a prova di bambino ma è anche vero che il bambino dovrà rispettare gli spazi di gioco senza sparpagliare le sue cose nel resto della casa.

Per invogliare il bambino all’ordine, le prime volte posate i giochi insieme. Nel caso del tappeto, al fine dei giochi, il bambino potrà arrotolarlo autonomamente.

  1. Aiuti in casa

Dalle faccende domestiche alla preparazione del pranzo. Rendi partecipe il bambino che potrà aiutarti a pulire (a suo modo! Non aspettarti superfici brillanti!). Magari prendi una piccola scopa con la quale ti aiuterà a pulire i pavimenti o uno straccio con il quale potrà spolverare le superfici dei mobili bassi e altri scaffali a misura di bimbo.

  1. Ricordalo, non sei un maggiordomo

Non ci sono campanelli da suonare o comandi da urlare. Quando un bambino vuole qualcosa bisognerà insegnargli l’autonomia. Se il bambino ha sete, può versarsi dell’acqua e poi mettere il bicchiere nella lavastoviglie. Ovviamente solo se ha l’età per farlo, anche in questo caso è sempre bene svolgere le mansioni insieme alla mamma per le prime volte.

  1. Nessuno urla al mattino

Alcuni bambini, appena svegli, hanno l’abitudine di urlare o piangere per richiamare l’attenzione della mamma. Se i bambini Montessori dormono su letti bassi, possono benissimo scendere dal letto in autonomia senza dover urlare… Se la casa è stata realizzata a misura di bambino, tale norma vale anche quando il bimbo è molto piccolo, gli basterà avere l’età per camminare.

  1. La pulizia dei giocattoli

Da quanto tempo non lavi i giocattoli del tuo bambino? Moltissimo vero? La pulizia è una cosa importante e per un bambino sarà spassoso e divertente apprenderlo lavando i suoi giocattoli preferiti. Il bambino apprenderà i principi di una sana igiene senza neanche accorgersene.

Fornisci al bambino una piccola bacinella con dell’acqua, qualche goccia di sapone di Marsiglia e una spazzola. I bambini adorano lavare i giocattoli!

  1. Obiettivi e ricompense, zero punizioni

Impartire la disciplina è giusto ma non quando questa prevede un metodo basato sulle punizioni. Anche se la Montessori assimilava i premi proprio alle punizioni (nel suo metodo, premi e punizioni vanno messi al bando e sono posti allo stesso livello), la moderna pedagogia ha dimostrato che un premio può essere molto più costruttivo di qualsiasi punizione: insegna ai bambini che con l’impegno e la costanza, i risultati arrivano davvero.

I metodi educativi basati sui premi e incentivi, sono più costruttivi e riescono a motivare i bambini, un imprinting che i bambini porteranno anche nella vita da adulti.

Obiettivi con ricompense: utilizza un elenco degli obiettivi e osserva i comportamenti positivi, per poi premiare il bambino per i suoi sforzi. Assicurati che gli obiettivi siano realistici (si pensi a poco a poco, piuttosto che un immediato successo).

Il bambino deve sapere se sta progredendo bene, quindi potrebbe essere utile realizzare una tabella da esporre in casa, magari attaccata al frigorifero così per ogni buona condotta potrà essere segnato un “smile”, al raggiungimento di un certo numero di “smile“, il bambino potrà ottenere la sua gratificazione, il suo premio.

  1. Non dire bugie al bambino

Qualche volta una bugia a fin di bene con un bambino può essere opportuna. Per esempio, elogiare quello scarabocchio fatto da nostro figlio è un modo di incoraggiare il piccolo a disegnare. Parliamo di bugia pedagogica, quella da raccontare ai bambini per gratificarli: “Mamma, ti piace il mio disegno?”, “Certo, è meraviglioso”.

Tuttavia ci sono bugie molto dannose che minano lo sviluppo ottimale delle capacità cognitive del bambino. Si tratta di un tema molto complesso che vi invito ad approfondire con l’articolo Ogni bugia che dici a tuo figlio lo condanni all’insicurezza

Il metodo Montessori mira a crescere figli sicuri e in grado di esplorare il mondo con un bagaglio di potenzialità personali. Le bugie, anche se in apparenza innocue (“sì, lo facciamo domani a mamma…” oppure “non lo posso comprare perché ho dimenticato il portafogli a casa”) possono minare fortemente la sicurezza del nostro bambino. E’ inutile educare un bambino con il metodo Montessori se poi per praticità gli mentiamo minando il suo intero mondo.

  1. Attenzioni alle lodi

Chi segue i principi di Maria Montessori, in buona fede e al fine di valorizzare le propensioni naturali del bambino, può finire per fare dei complimenti di troppo.

Le lodi inappropriate, proprio come le bugie dette con leggerezza, finiscono per creare dei bambini eccessivamente insicuri, piuttosto che sviluppare dei bambini capaci, sicuri ed empatici.

Il metodo Montessori tende a valorizzare le capacità e propensioni naturali del bambino ma ciò non significa dover osannare ogni respiro del bimbo. Si tratta di un discorso molto complesso che potete approfondire con la lettura della pagina: le lodi che rovinano completamente l’autostima dei bambini.

  1. Tieni a freno la lingua

Se un eccesso di lodi può rovinare la capacità che ha il bambino di esplorare l’ambiente esterno con sicurezza, anche le critiche non sono d’aiuto.

Non criticate il bambino in modo gratuito. Se sbaglia qualche inerzia, non partite con il classico “ma sei scemo?!”, il bambino che sbaglia non si rende neanche conto di ciò che sta facendo!

Se sei la prima a giudicare tuo figlio, lui, crescendo, imparerà a fare lo stesso con sé stesso diventando un giudice ancora più severo. Sostituisci frasi come “guarda che hai combinato!” contestualizzando il problema e coinvolgendo il bambino a porre rimedio.

Il bambino imparerà a credere nelle sue risorse e saprà che potrà contare sulla mamma in caso di problemi futuri.

Il bambino tende a vivere le tue opinioni in modo assolutistico. Se tu condanni un suo atteggiamento, lui crederà che stai condannando l’intera persona: attenta alle tue reazioni e attenta a come ti esprimi.

22 Lug 2020

Saper ascoltare. Tutti ora vogliono solo parlare.

Saper ascoltare. Tutti ora vogliono solo parlare.

Viviamo nell’era della comunicazione veloce, trasversale, ma una breve osservazione ci basta a capire che la velocità non è sinonimo di genuinità. A volte la colpa di una cattiva comunicazione è da imputare ad un messaggio formulato male, carico di emozioni approssimative, di idee confuse o di pensieri indefiniti, altre volte siamo noi a peccare di superficialità sia nel parlare che nell’ascoltare. Perché anche l’ascolto è parte integrante del processo comunicativo. Senza l’ascolto, il dialogo diventa monologo. E se in questi tempi possiamo parlare di tutto con tutti, sono pochi quelli che sono ancora in grado di ascoltare veramente. L’ascolto autentico non è un processo passivo, è attivamente ricettivo: accogliamo e processiamo le informazioni ricevute dal nostro interlocutore (e non quelle prodotte dal nostro chiacchiericcio mentale), poniamo attenzione alle parole e ai silenzi, a ciò che viene detto e non detto e come queste cose non dette vengono espresse attraverso la posizione del corpo, le mimiche facciali, i sospiri.

L’ascolto è una parte importante dell’interazione tra due persone. Se nessuno ascolta, la parola non ha nessuna utilità. Se nessuno accoglie l’informazione, quest’ultima perde di valore, di significato, perché ha senso solo se il messaggio crea un ponte tra le persone, un ponte tra me e l’altro. Se manca questo ponte, o se una “riva” viene a mancare, non c’è comunicazione, ecco perché saper ascoltare è importante tanto quanto sapersi esprimere.

L’ascolto può essere passivo, come quando ci limitiamo a sentire la voce dell’altro senza prestargli una reale attenzione, oppure può essere attivo, come quando accogliamo le informazioni ricevute dall’altro nella loro complessità, facendo attenzione all’intero spettro comunicativo del messaggio che ci viene dato: ascoltiamo la voce e le sue intonazioni, ascoltiamo le parole e anche le pause, i silenzi, ascoltiamo il corpo con i suoi gesti, le sue posizioni.

Ascoltare è un’arte che s’impara col tempo, che si perfeziona grazie all’esperienza. Ci permette non solo di diventare dei buoni ascoltatori ma dei migliori comunicatori. Ogni volta che prestiamo davvero attenzione all’altro e ci permettiamo di accogliere dentro di noi le informazioni che ci manda, il nostro mondo si arricchisce. Essere in posizione di ascolto rappresenta una grande opportunità di crescita: l’attenzione volta al nostro interlocutore ci permette di cogliere le sfumature che un ascoltatore superficiale avrebbe bellamente ignorato cogliendo un messaggio parziale, approssimativo e forse falsato del tutto. Ascoltando con attenzione l’altro si colgono con più facilità le diverse gradazioni emotive che si manifestano nell’esperienza della vita umana, si scopre l’altro facendo la differenza tra la persona reale che si esprime a noi e l’immagine mentale, statica, che abbiamo di lei. Ascoltare ci permette di rompere l’immagine e cogliere il costante cambiamento della persona che abbiamo di fronte a noi. l primo passo da compiere per mettersi in ascolto dell’altro è essere presente, con consapevolezza. Questo tipo di presenza richiede di calarsi nel momento, di scendere dalla mente al corpo, di attivare i propri sensi in quanto la comunicazione non si basa esclusivamente sulla parola detta, ma anche sul linguaggio del corpo e sul come si esprime questo messaggio, perciò non basterà aprire le orecchie e “stare a sentire” (basterebbe semmai ad un ascolto superficiale e passivo), bisognerà aprire anche gli occhi e il proprio essere all’altro, esserci; a volte, occorrerà anche aprire le proprie braccia per permettere all’altro di schiudersi, senza la paura di essere giudicato, o ferito.

È vero, può sembrare difficile mettersi in ascolto, e lo è ancora di più se non ci siamo mai messi in ascolto di noi stessi, se non ci siamo mai fermati a fare chiarezza sulle nostre emozioni, se non siamo mai riusciti a cogliere le sfumature tra le sensazioni, le emozioni, i sentimenti. Saper ascoltare è un’arte che si affina col tempo perché più siamo in grado di ascoltarsi e più riusciamo ad ascoltarci.

Più siamo in grado di creare spazio dentro di noi, per noi stessi e più saremo in grado di farlo anche per gli altri, perché non avremo la necessità di occupare spazio in continuazione come se non ci sentissimo ascoltati, accolti da nessuno (nemmeno da noi). Se sappiamo che ogni volta che ne abbiamo bisogno, siamo in grado di crearci una stanza interiore dove poter esprimerci senza la paura di sentirsi giudicati, o feriti , allora saremo in grado di non occupare con avidità lo spazio tra noi e l’altro con le nostre parole, di non riversarci in disordine tutti i nostri pensieri repressi come se fossero un fiume in piena: dopo esserci messi in ascolto di noi stessi, saremo in grado di accogliere il nostro silenzio per fare posto all’altro. Ed è in questo spazio che nasce il dialogo.

15 Lug 2020

L’autostima: un nutrimento fondamentale per la nostra psiche

L’autostima: un nutrimento fondamentale per la nostra psiche

Il benessere psicologico trova, un fondamentale nutrimento, nell’autostima, profonda e potente necessità umana che salvaguarda la salute e la funzionalità della mente in quanto genera la musica di sottofondo che va ad influenzare ogni nostra emozione, pensiero, scelta e comportamento e così la nostra vita e la possibilità di goderne.

L’autostima risiede nell’intimo del nostro essere, rappresenta molto di più del senso innato del valore di sé, è sentirsi adeguati alla vita a e alle sue richieste e si regge su due pilastri: il senso di efficacia, un senso basilare di fiducia nelle nostre capacità di pensare, capire, scegliere, imparare, prendere decisioni e di superare le sfide fondamentali della vita, e il rispetto di sé, la convinzione di avere il diritto di affermare le nostre opinioni, bisogni e desideri, di meritare la felicità, l’amore e di sentirci giusti come persone al di là dei nostri successi.

Essa diventa il nostro sistema guida, un nucleo che si annida nella nostra mente, con cui filtriamo, leggiamo quello che ci succede o che programmiamo di fare, che può esserci amico o nemico.

Ecco che una bassa autostima non solo inibisce il pensiero ma tende a distorcerlo così che utilizzeremo le nostre energie per criticarci, giudicarci, limitarci e saremo condizionati dalla paura in tutto quello che facciamo, vivremo per evitare il dolore più che per sperimentare la gioia e agiremo per dimostrare di essere “abbastanza”, per ricevere approvazioni e non per vivere le nostre possibilità, minando la possibilità di provare soddisfazioni, piacere e felicità.

Affrontare la vita con bassa autostima significa trovarsi in grave svantaggio e possederla nel tempo non è un dono ma una conquista. Nella vita nessuno ci fa più male di quanto ce ne facciamo da soli, sviluppare un buon sistema di sostegno interno, accettare le proprie debolezze, coccolarsi e perdonarsi, è essenziale per la maturità umana e il benessere fisico e psichico. Perché il dolore non può essere evitato ma la sofferenza inutile sì.

08 Lug 2020

I “bambini nascosti” e il ruolo fondamentale dello psicologo

I “bambini nascosti” e il ruolo fondamentale dello psicologo

Quando una persona sta male può dipendere da situazioni esterne o situazioni interne legate alla sua infanzia, che hanno a che fare con il suo “inconscio disturbato”. Si parla anche di “bambini nascosti”, che sono i bambini nascosti nel nostro inconscio, che ci disturbano perché non sono ancora cresciuti .
Si cerca dalla posizione privilegiata di persona “al di sopra delle parti” di lavorare sul presente, se invece si accorge che la problematica di sofferenza è legata alla presenza di vecchi schemi passati e radicati dall’infanzia, cerca di andare a “prendere per mano” il bambino nascosto del paziente e a tirarlo fuori, dal buio dove è finito, alla luce del sole, dove si può illuminare di vita.
Tutte le persone a tutte le età crescono e progrediscono lungo il percorso di sviluppo della loro vita. Il bambino verso l’adolescenza, l’adolescente verso la fase adulta, l’adulto verso la vecchiaia, l’anziano verso la fine dei suoi giorni. Anche le persone che si mettono in coppia percorrono un loro cammino. Ogni età presenta le sue caratteristiche di vita, e ci si può sentire bloccati ed essere effettivamente bloccati nella vita a qualsiasi età. Perché una persona ha una sofferenza psicologica, e sta male fino a volte a bloccarsi? La teoria psicoanalitica ci insegna che c’è sempre un motivo, una causa, per ogni stato di sofferenza, di malessere e di disagio, un motivo visibile o invisibile, e che per risolvere il problema bisogna prima di tutto risalire a tale causa. Generalmente ci sono due generi di cause che possono portare ad una sofferenza psicologica.
Ci sono cause legate a fatti realmente accaduti nella realtà, come per esempio situazioni ambientali esterne reali sfavorevoli, o addirittura traumatiche, drammatiche, che non si riesce a superare, come potrebbe essere una separazione o una perdita affettiva importante, un lutto da elaborare, o una situazione della vita dove ci si trova in difficoltà. Oppure perchè ci sono dentro la persona che soffre, delle cause profonde, recondite, che potrebbe conoscere in parte, o di cui non è bene a conoscenza, che hanno a che fare con la vita che la persona in sofferenza ha vissuto da bambino, quindi relativa a “fantasmi” che la persona si porta dietro fin quando era molto piccola. In questo caso si sta male ma non si sa bene il perché.

Il più delle volte non si è a conoscenza di queste dinamiche.
Anche per i fatti concreti, o le situazioni realmente visibili, le problematiche potrebbero avere comunque a che fare con il passato, e derivare da difficili relazioni emotive che hanno bloccato la persona che soffre in parte già nell’infanzia o in adolescenza, situazioni che ha vissuto con le sue principali figure di riferimento, che di solito sono state la madre ed il padre ma sulla comprensione delle cause che hanno portato la persona che soffre a produrre quel disturbo stesso, in modo tale che il soggetto possa cercare di liberarsi definitivamente da esso. Ci vuole più tempo, a volte molto più tempo, non lo si può mai prevedere quanto tempo ci vuole, dipende da tanti fattori, ma se il percorso funziona i risultati possono essere duraturi e possono essere definitivi, e c’è una crescita, che comprende anche un “rafforzamento globale” della personalità che cambia, si diventa “più adulti”, o se si era troppo “bambini” si diventa finalmente adulti. E la vita viene vista in un’altra prospettiva, e si ricomincia a camminare o ci si ritrova a camminare “nuovi” per la prima volta, dopo essere passati dal “buio” delle tenebre che erano dentro di noi, alla “luce”, alla luce del sole che ci illumina!

Lo psicologo cercherà di comprendere le problematiche, di dare una maggiore chiarezza rispetto al problema, cercherà di accendere una luce nella strada del cammino, fino a che una luce diventa sempre più intensa, che permetta di vedere dove prima c’era l’oscurità, ed uscire anche dal tunnel.

Il bambino nascosto nasce nel passato, dalle esperienze d’infanzia.
Siamo tutti il frutto del nostro passato, e delle volte capita che si rimane bloccati nella vita, o perché questi bambini interni nascosti non vogliono affacciarsi alla realtà e non vogliono crescere, e c’è sempre un motivo che va scoperto, smascherato, oppure per motivi contingenti legati alla realtà presente.

01 Lug 2020

Endorfina, quando la vita sociale è un antidoto naturale.

Endorfina, quando la vita sociale è un antidoto naturale.

L’amicizia fa bene alla salute. E vi è una conclusione scientifica. Studi più remoti hanno dimostrato che l’endorfina aiuta a migliorare le relazioni sociali sia negli esseri umani che negli animali. Ma vale anche il contrario: frequentare persone care migliora la produzione di endorfina da parte del cervello.

Una teoria, nota come brain opioid theory of social attachment, stabilisce che le interazioni sociali provocano emozioni positive quando le endorfine si legano ai recettori degli oppioidi nel cervello, allo stesso modo della morfina. Questo è ciò che ci dà la sensazione di benessere che proviamo quando vediamo i nostri amici più cari.

Per poter sviluppare la loro teoria, i ricercatori dell’Università di Oxford hanno eseguito un test: hanno preso 101 volontari di età compresa tra i 18 e i 34 anni, chiedendo loro di rimanere appoggiati contro un muro mantenendo le gambe piegate ad angolo retto fino a quando riuscivano a resistere. Successivamente alla prova, i partecipanti hanno dovuto rispondere a due questionari, relativi al numero dei loro amici e sulla frequenza con cui li vedono. In altre parole, hanno usato la tolleranza a un dolore prolungato, come resistere a lungo in una posizione di stress fisico, come parametro per valutare l’attività dell’endorfina nel cervello. Pertanto se la teoria fosse corretta, le persone con tante interazioni sociali dovrebbero avere una soglia di sopportazione al dolore più elevata. E dal test è emerso proprio questo. Davvero gli amici portano via il dolore – ora lo dice anche la scienza.

 

Questi risultati sono interessanti perché, secondo alcuni studi, l’interruzione della produzione di endorfina potrebbe essere causata da disturbi come la depressione. Questo potrebbe essere una parte del motivo per cui le persone depresse soffrono di una mancanza di piacere e spesso si isolano dal loro contesto sociale. Di conseguenza, avere una larga rete di amici e conoscenti diventa un efficace mezzo di prevenzione e cura dagli eccessi di stress, e dalle loro possibili conseguenze.

 

Endorfine e lo sport

Un altro risultato notevole che è emerso è quello relativo a chi pratica attività sportiva, soprattutto a livello agonistico. Chi ha un fisico più tonico e palestrato, riesce a sopportare il dolore più a lungo, ma i dati dimostrano anche che ha una minore cerchia di amici. Questo potrebbe essere spiegato fisiologicamente, immaginando sia dovuto al fatto che l’attività sportiva rilascia un’alta quantità di endorfine. Pertanto chi riesce a soddisfare questa esigenza attraverso lo sport, ha meno bisogno di interagire con gli altri. Si tratta, ad ogni modo, di speculazione. Altri test più approfonditi potrebbe servire a fare chiarezza su questo aspetto.

 

Qual’è la morale?

Questi studi suggeriscono che la quantità e la qualità dei nostri rapporti sociali influenzano la nostra salute fisica e mentale e ciò può anche essere un fattore determinante per la durata della nostra vita. Come specie ci siamo evoluti fino a prosperare in un ambiente socialmente ricco, ma nell’era digitale, la carenza delle interazioni sociali potrebbe essere un fattore che incide sull’aumento di malati nella nostra società moderna.

 

La morale, quindi, non è solo che gli amici fanno bene alla salute. È necessario coltivare rapporti umani e ciò significa porre ancora più cautela nel modo in cui utilizziamo la tecnologia. Soprattutto nell’era di Facebook e dei social network, è d’obbligo un uso più coscienzioso, senza lasciare che essa deteriori i nostri rapporti, perché essi sono e rimarranno sempre insostituibili.

24 Giu 2020

Nativi digitali: la tecnologia fa bene ai bambini?

Nativi digitali: la tecnologia fa bene ai bambini?

Il termine per indicare questa nuova generazione è nativi digitali. Coniato da Marc Prensky agli inizi degli anni 2000 e aveva lo scopo di spingere gli educatori a pensare in modo diverso sull’insegnamento e l’apprendimento.

Ѐ fondamentale il ruolo dei genitori, i quali devono dare il buon esempio. Occorre quindi sensibilizzarli, soprattutto su quali possono essere le conseguenze di un cattivo utilizzo della tecnologia.

Se, utilizzata impropriamente, può provocare seri danni.

Nei primi anni di vita, l’interazione con le persone è fondamentale per un corretto sviluppo dei bambini. Ammaliati da pc, videogames e quant’altro i bambini passano le loro giornate in modo sedentario.

Ne derivano problemi come ad esempio l’obesità. Il tempo dedicato allo sport e all’attività fisica è sempre minore. Stando in casa, da soli, i nostri bimbi a lungo andare avranno difficoltà a relazionarsi con i coetanei.

Le prove della ricerca stanno ora crescendo per confermare che le capacità superiori dei nativi digitali non sono di fatto una realtà.

Per regolare il rapporto tra bambini e tecnologia può bastare il solo cambiamento del modello di istruzione? Certo che no. La scuola e la famiglia devono remare nella stessa direzione se si vuole contrastare un minimo un eventuale sviluppo negativo della società.

Servirebbe a poco se ai bambini venisse insegnato una visione più approfondita della tecnologia e li si lasciasse giocare sempre con gli smartphone mentre si cena con i parenti.

Il rischio è quindi quello di crescere bambini sottoposti a stimoli stressanti per il cervello, estraniati dalla vita reale e fin troppo sedentari, senza neanche acquisire alcuna abilità o conoscenza utile. Forse non sono solo nativi digitali, ma è la società a renderli così legati alla tecnologia.

Viene da chiedersi: come bisogna comportarsi? Non esiste una “dose giornaliera consigliata”. Quella, semmai la possono decidere i genitori. Deve essere accompagnata dall’insegnamento dei valori e di quelle cose importanti che permettano il corretto sviluppo dei bambini.

17 Giu 2020

Le funzioni cognitive della mente umana. Cosa può arrivare a fare?

Le funzioni cognitive della mente umana. Cosa può arrivare a fare?

Un bambino ha fame e si avvia in cucina per prendere da mangiare. Quali processi ha intercorso la sua mente per metterle in atto? Apparentemente, la situazione sarebbe di stimolo fisiologico (fame) e tentativo di rispondere allo stimolo insorto, in un semplice rapporto causa-effetto. In realtà, nel cervello sono successe molte più cose. Questo funzionamento cognitivo come altri è inteso come la “prestazione dei processi mentali di percezione, apprendimento, memoria, comprensione, consapevolezza, ragione, giudizio, intuizione e linguaggio”. Questa lista di facoltà psichiche altro non è che un sunto delle principali funzioni cognitive della mente umana, quell’insieme di capacità che, combinate tra loro, rendono possibile la vita come la conosciamo. La prima elencata è la percezione che non è altro che il processo di conoscenza di oggetti, eventi o relazioni, interne o esterne, attraverso l’interpretazione di stimoli. Include sia l’attività di attribuzione di significato ai segni che arrivano al cervello, sia la vera e propria lettura dell’ambiente tramite i sensi. Insieme ai cinque conosciuti, gioca un ruolo importantissimo la propriocezione, ossia la capacità del corpo di determinare la propria posizione ed estensione nello spazio, senza il supporto di altri canali sensoriali.

Altra componenti le elenchiamo tra un po’ però prima illustriamo un esempio. Prendiamo un bambino di pochi mesi adesso che proverà a raggiungere il dito con le sue manine, senza la minima idea di cosa significhi. L’atto di indicare è solo un esempio di tutti quei segni che diamo per scontati al punto da crederli innati, ma che non sono affatto naturali. Ed essendo convenzioni, dietro a ciascuno di essi c’è un processo di apprendimento che ci ha insegnato a collegare quel gesto a un dato concetto. Oltre naturalmente a uno specifico linguaggio inteso come sistema di codici e correlazioni.

Il riconoscimento di sé è un’altra abilità cognitiva non esclusiva dell’uomo, anzi, neppure in uso nelle fasi iniziali della crescita. Il celebre test dello specchio, in cui il soggetto esaminato viene posto di fronte a uno specchio ed è in grado (o no) di riconoscere un segno colorato applicato sul suo corpo, dà risultati negativi per bambini fino a un anno e mezzo/due anni di vita. Essere capaci di riconoscersi nell’immagine riflessa, e quindi provare a rimuovere il segno, è indicatore di una sviluppata consapevolezza di sé, del proprio aspetto e del senso di spazialità.

Un’ultima particolare funzione cognitiva è quella, studiata solo negli umani per ovvie questioni di comunicazione, di metacognizione, ovvero i pensieri sui propri pensieri. Il caso più evidente è il fenomeno della “punta della lingua”, ovvero quando ci rendiamo conto di sapere un certo nome, ma non riusciamo a ricordarlo distintamente. Eppure la consapevolezza di tale informazione esiste, e ne siamo perfettamente coscienti. O il déjà vu, l’impressione di aver già memoria di una situazione, rientra appieno nella categoria dei fenomeni mentali metacognitivi.

L’elenco delle funzioni andrebbe avanti all’infinito, nella molteplicità degli ambiti in cui le abilità del cervello possono spaziare. La mostruosa complessità di ciò che la mente è in grado di elaborare, insieme alla naturalezza con cui ci riesce, può rendere la più elementare delle azioni un’affascinante dimostrazione di cosa la natura è stata capace di creare.