14 Apr 2021

Il Bacio e i suoi significati

Il Bacio e i suoi significati

Il significato psicologico del bacio è molto ampio. Un bacio può rappresentare un saluto affettuoso, un desiderio erotico o l’amore materno. Ma può rappresentare anche subordinazione e reverenza, ad esempio il bacio all’anello del Papa o il bacio della mano di chi appartiene ad un rango superiore. Un altro significato del bacio tra i più conosciuti è quello del tradimento e della condanna, basti pensare al “bacio di Giuda”. Il bacio però è anche associato ai racconti, ricordiamo ad esempio la fiaba della Bella Addormentata, in cui un semplice bacio provoca il risveglio della principessa.

Quindi, cosa significa davvero un bacio?

Può significare affetto, amicizia, amore, attrazione sessuale, ma anche adorazione, rispetto, accordo, obbedienza, superiorità, inferiorità e ammirazione. Il bacio ha avuto, in senso evolutivo, lo scopo di rafforzare i legami sociali, le relazioni personali e politiche all’interno dei gruppi.

Esistono vari tipi di baci e per ciascuno di essi esiste una storia e un significato. Eppure, il gesto di avvicinare le labbra e di emettere un caratteristico suono, che nel linguaggio onomatopeico è “smack”, è comune in tutti i baci. Il bacio può essere dato sulle labbra, sulle guance, su un anello, sui genitali o in qualsiasi altra parte del corpo; può essere dato ma non ricevuto, oppure dato e ricevuto nello stesso tempo; può essere “asciutto” o “bagnato”, se vi è o meno presenza di saliva.

Ciò che è certo è che non esiste un modo giusto di baciare, l’unico aneddoto possibile è quello di lasciarsi andare, chiudere gli occhi e adattarsi ai ritmi dell’altra persona con la quale si condivide il momento.

Quando due persone si baciano provano un’emozione intensa, che attiva tutto il corpo: si risvegliano i sensi, il desiderio, la sudorazione, la pressione, il battito cardiaco e si calcola che in un minuto vengano bruciate circa 6 calorie, grazie all’accelerazione del ritmo cardiaco ed all’utilizzo simultaneo di circa 35 muscoli del viso.
Nel nostro corpo vi è un aumento di endorfine, molecole del benessere ed entrano in circolo anche altre sostanze, fra cui dopamina, ossitocina, serotonina e adrenalina, la cui azione ci fa sentire eccitati, felici ed elettrizzati.

Oltre a garantire tutti questi benefici il bacio è, nella cultura occidentale, il simbolo per eccellenza del romanticismo, riprendendo una frase dello scrittore Alessandro D’Avenia: “Un bacio è il ponte rosso che costruiamo tra le nostre anime, che danzano sulla vertigine bianca della vita senza paura di cadere”.

14 Apr 2021

COME MIGLIORARE IL CLIMA ORGANIZZATIVO

COME MIGLIORARE IL CLIMA ORGANIZZATIVO

Il clima organizzativo può essere definito come un insieme di credenze, sentimenti e percezioni condivise che i lavoratori hanno riguardo la realtà lavorativa/organizzativa. Quando si prende in considerazione l’azienda o quando si vuole analizzare il benessere al suo interno, è necessario analizzare fin da subito il clima del suo ambiente. Esso ad esempio può essere collaborativo oppure ostile, e questa inclinazione influisce, sia sulla motivazione dei dipendenti, che sulle performance organizzative. Nell’ultimo decennio si è posta sempre più attenzione a tutti quei fattori psicosociali, come il clima organizzativo, che possono incrementare la produttività aziendale.

APPROCCI TEORCI

Dal 1970, ci sono molti studi che hanno approfondito la tematica del clima organizzativo, definendo differenti approcci teorici; qui di seguito ci sono i principali:

  • Approccio strutturale – in questo caso, il clima organizzativo è considerato come una caratteristica dell’organizzazione, che esiste indipendentemente dalle percezioni soggettive dei singoli lavoratori; dunque i clima è considerato come una manifestazione oggettiva che i lavoratori percepiscono.
  • Approccio percettivo – il focus, in questo approccio, è sulle percezioni degli individui riguardo sia le variabili organizzative generali che le varie situazioni specifiche; quindi, in questo caso, il clima è modellato da queste rappresentazioni cognitive create dai lavoratori.
  • Approccio interattivo – questa posizione pone al centro dell’attenzione le interazioni tra i vari membri all’interno dell’organizzazione, in quanto si pensa che le relazioni siano alla base della creazione di un buono o di un cattivo clima aziendale.
  • Approccio culturale – qui si prende in considerazione la cultura organizzativa, che insieme al clima, agisce e modella le relazioni tra i vari membri.

FATTORI CHE PERMETTONO DI INCREMENTARE IL CLIMA ORGANIZZATIVO

Vista l’importanza del clima nel determinare sia il benessere diffuso tra i membri che la produttività aziendale, è interessante studiare quali fattori possono incidere sulla sua determinazione. Tra questi, possiamo annoverare:

  • La motivazione, che è alla base delle performance sia del singolo membro che dell’intero gruppo e permette di lavorare con la massima attenzione e con alti livelli di produttività.
  • Le relazioni tra i colleghi, che sono importanti per creare un ambiente che sia accogliente e che sia coinvolgente nei confronti di tutti, dunque un’idea potrebbe essere mangiare una sera insieme o passare del tempo chiacchierando durante le pause.
  • La coesione tra i membri, che è strettamente legata alle relazioni che ci sono tra di loro e più queste ultime saranno migliori e più i rapporti saranno cementati e ottimizzati, agendo di conseguenza sulla loro coesione.
  • La possibilità di crescita all’interno dell’azienda è un aspetto da non sottovalutare perché se i lavoratori sentono di poter incrementare le loro competenze o di poter migliorare la loro posizione lavorativa, saranno anche più piacevolmente coinvolti e più motivati nel svolgere il lavoro attuale.
  • La formazione professionale, che segue lo stesso principio del punto precedente, in quanto lo sviluppo delle capacità, delle competenze e delle abilità di ogni lavoratore, consente di ottenere il massimo da ogni membro, facendoli sentire allo stesso tempo importanti per la causa.
  • Gli obiettivi devono essere chiari e condivisi, perché la loro trasparenza e la costante comunicazione sono alla base di ogni strategia atta al miglioramento del clima e del benessere di ogni lavoratore.
07 Apr 2021

LA LEADERSHIP NEL LAVORO

LA LEADERSHIP NEL LAVORO

Con il termine “leadership” si intende il rapporto di colui che, in una struttura sociale organizzata, occupa la posizione più elevata in confronto al resto del gruppo. Tale figura viene generalmente definita capo o guida o leader. La leadership è uno dei fattori che fa la differenza quando si lavora in team, in quanto si traduce in maggiori profitti e in minori possibilità di assenteismo, turnover o incidenti.

STILI DI LEADERSHIP

Ognuno ha un proprio stile di leadership che di conseguenza definisce la strategia del gruppo di lavoro. Una ricerca pubblicata da Harvard Business Review nel 2000 ha indicato gli stili di leadership più diffusi:

  • Affiliativo: in cui il leader ha l’obiettivo di creare armonia nel team e nei rapporti, dunque la relazione riveste un ruolo di primaria importanza.
  • Autorevole: il leader impone la propria Vision e crea asimmetrie nelle relazioni, non accettando repliche, quindi in generale, preferisce farsi rispettare piuttosto che farsi ammirare dallo staff.
  • Burocratico: è quella in cui si pone particolare attenzione al rispetto delle regole da parte di collaboratori e dipendenti.
  • Carismatico: il leader motiva, ispira e genera entusiasmo nel team.
  • Coaching: il leader coach, nel tracciare la Mission aziendale, tiene conto dei bisogni e dei valori dei lavoratori; tutto questo migliora sia la quantità che la qualità del lavoro.
  • Coercitivo: il leader richiede immediata conformità alle sue indicazioni, chiedendo obbedienza.
  • Collaborativo: il leader cerca di andare incontro ai bisogni del gruppo di lavoro.
  • Democratico: lo scopo del leader democratico è valorizzare ogni dipendente, chiedendo consigli prima di prendere decisioni, e crea un ambiente partecipativo, che responsabilizza e valorizza ogni singolo membro del team. Questo stile migliora il clima lavorativo e la produttività.
  • Transazionale: in questo caso, tra collaboratori e leader vige uno scambio alla pari.

LE QUALITÀ FONDAMENTALI DI UN BUON LEADER

Le caratteristiche e le qualità che distinguono un efficace leader da uno inefficace sono le seguenti:

  • Fungere da buon esempio: il primo passo per ottenere credibilità e per guadagnarsi il rispetto degli altri è quello di dare per primo il buon esempio. Il suo comportamento è sempre sotto la lente di ingrandimento dei suoi collaboratori, dunque deve essere il primo a dare seguito alla istruzioni e alle regole date.
  • Comunicazione: il leader deve essere in grado di spiegare in modo chiaro e sintetico la propria Mission e gli obiettivi del team.  Egli deve saper fare anche domande opportune e deve chiarire eventuali malintesi.
  • Affidabilità: essa è un punto cardine tra le caratteristiche del buon leader, in quanto i collaboratori lo devono considerare un “porto sicuro”, che li fa sentire a proprio agio e che permette loro di avere chiarimenti tempestivamente.
  • Uso opportuno della delega: un leader efficace assegna le mansioni a ogni dipendente, tenendo presente le loro competenze.
  • Condividere la propria Vision: un leader efficace trasmette la propria visione a tutti i collaboratori in modo chiaro e appassionato, rendendo possibile che tutti possano dare il loro contributo nel raggiungimento degli obiettivi.
07 Apr 2021

DECIDERE O NON-DECIDERE, E’ QUESTO IL PROBLEMA!

DECIDERE O NON-DECIDERE, E’ QUESTO IL PROBLEMA!

Ogni giorno ci troviamo di fronte a diverse scelte e a dover prendere decisioni importanti. Le scelte conducono a delle conseguenze talvolta a nostro favore oppure a nostro sfavore o ad una situazione immutata. Per questo motivo abbiamo paura di scegliere e, di conseguenza paura di sbagliare e inevitabilmente paura di decidere​​.

La paura di decidere è collegata anche ad un’altra paura, correlata alla sfera emotiva che ci condiziona, la ​paura di soffrire​​. A volte però che la continua paura di decidere porta a conseguenze patologiche.

Quando le nostre emozioni prendono il sopravvento nella nostra sfera comportamentale uno dei sintomi più frequenti è il ​congelamento. Di fronte ad alcune decisioni il nostro cervello si blocca ma anche la non-scelta è una scelta.

I motivi che ci spingono a non scegliere e quindi a non prendere decisioni sono:

  • La paura di SBAGLIARE (sbagliare andrebbe ad intaccare la nostra autostima, perdendo fiducia in noi stessi)
  • La paura di ESPORSI (si concretizza nella paura del giudizio degli altri e nel modo in cui gli altri si relazionano a noi)
  • La paura di PERDERE IL CONTROLLO (si realizza quando vi è una situazione di evoluzione e di cambiamento che non sappiamo come gestire, seguita ad una nostra decisione)
  • La paura di NON ESSERE APPREZZATI (si riscontra quando gli altri hanno opinioni avverse alle nostre).

Ciò che aiuta a superare la paura del prendere decisioni è:

  • Delineare con chiarezza l’obiettivo che si vuole raggiungere
  • Trasformare la paura in coraggio
  • Dare voce all’istinto. Sebbene, è importante razionalizzare le decisioni da prendere, seguire le emozioni ci aiuta a superare la situazione di stallo, purché queste non prendano il sopravvento!