27 Ott 2020

DIVERSITY MANAGEMENT: VALORIZZARE LE DIVERSITÁ IN AZIENDA

DIVERSITY MANAGEMENT: VALORIZZARE LE DIVERSITÁ IN AZIENDA

Ogni gruppo sociale è caratterizzato da diversità che possono concernere lo status sociale, l’appartenenza etnica, l’orientamento sessuale e/o religioso e l’identità di genere dei membri che ne fanno parte.

Fino a non molto tempo fa vigeva nel modo delle aziende una prospettiva che tendeva ad annullare le differenze e le diversità, secondo un modello in cui il lavoratore tipo era identificato con una persona sana, generalmente dalla pelle bianca e soprattutto di sesso maschile. Nell’ultimo periodo sono stati fatti numerosi passi in avanti in questo senso. Da almeno tre decenni a questa parte le risorse umane si occupano anche di Diversity Management, per trasformare le differenze da ostacolo a valore.

Il Diversity Management è un approccio manageriale che abilita il potenziamento di un’organizzazione attraverso la valorizzazione delle differenze. È un approccio finalizzato alla creazione di un ambiente di lavoro inclusivo, capace di favorire l’espressione del potenziale individuale per raggiungere scopi e obiettivi organizzativi. Il Diversity Management chiede agli addetti HR di riconoscere e valorizzare le principali diversity come ad esempio:

  • cultural diversity
  • gender diversity
  • ageing diversity
  • disability diversity

Oltre ad essere importanti da un punto di vista etico, l’integrazione e il rispetto delle diversità costituiscono punti di forza anche a livello di Employer Branding – in quanto migliorano l’immagine dell’azienda all’esterno – e di business, poiché in un ambiente in cui tutti si sentono a proprio agio e possono esprimere la propria diversità, le persone sono sottoposte a minor stress e lavorano meglio.

Secondo Sandro Castaldo, docente di Marketing all’Università Bocconi di Milano, «le aziende percepite come inclusive registrano un amento dei ricavi del 16,7 per cento». Grandi e piccole compagnie sembrano aver iniziato a comprendere i vantaggi di una realtà aziendale orientata al diversity management e all’inclusione, iniziando a muoversi attivamente in questa direzione.

VANTAGGI DEL DIVERSITY MANAGEMENT

Svariati sono i vantaggi per un’azienda che adotta una politica che valorizza le differenze.

  • Il Diversity management può migliorare l’immagine aziendale, migliorando la percezione dell’azienda da parte dei clienti, stakeholder e potenziali collaboratori.
  • Si riscontra una maggiore motivazione ed efficienza: se si riconoscono e se si rispettano le attese dei soggetti valorizzando le loro potenzialità il lavoratore sarà più motivato a dare il meglio.
  • La presenza di risorse umane appartenenti a contesti differenti arricchisce l’organizzazione di contributi nuovi e originali incrementando la creatività e l’innovazione.
  • Migliora la flessibilità dell’impresa nell’affrontare i cambiamenti e inoltre aiuta a migliorare la capacità di problem solving apportando analisi critiche e soluzioni basate su prospettive anche insolite.
  • Vi è anche una correlazione positiva tra l’adozione di politiche sulla diversità e ricavi aziendali.

 

AZIONI CONCRETE IN TERMINI DI DIVERSITA’ E INCLUSIONE

Come fanno quindi concretamente il Diversity Management le aziende? Tra le aziende italiane che adottano queste politiche troviamo IBM Italia che gestisce vari progetti per includere e creare condizioni lavorative idonee a persone con disabilità o malattie croniche e degenerative (teamMWA mobile wireless accessibility).

Intesa Sanpaolo lavora per una valorizzazione del talento e un incremento della leadership femminile e inoltre punta a favorire l’assunzione di figure di età superiore a 45 anni e garantisce pari diritti a coppie omosessuali.

Unilever Italia mette a disposizione delle proprie lavoratrici sale per allattare, nido, smart working. Il 40% della classe manageriale è infatti composta da donne.

27 Ott 2020

IL POTERE TERAPEUTICO DELLA FOTOGRAFIA

IL POTERE TERAPEUTICO DELLA FOTOGRAFIA

Provate a pensare cosa succede appena scattate una foto o subito dopo essere stati immortalati da qualcun altro: c’è chi con eccitazione e curiosità corre subito a vedere il risultato; c’è chi non è interessato perché tanto sa già che “è venuto male”. Quelli più narcisisti commenteranno maliziosamente la loro bruttezza con l’intento di suscitare negli altri risposte di approvazione ed elogio; mentre quelli più timidi ed inibiti lanciano uno sguardo fugace all’istantanea implorando la cancellazione immediata; i bambini invece saranno quelli più felici di rivedersi, poiché il loro riflesso è collegato alla conferma di loro stessi e della propria identità. Le reazioni di ognuno di noi sono soggettive e sono collegate con l’immagine mentale interna che abbiamo di noi stessi: essa riguarda sia il modo in cui ci vediamo ma anche il modo in cui vogliamo essere visti dagli altri.

Il primo ad avere colto la valenza terapeutica è stato lo psichiatra Hugh Diamond sul finire dell’Ottocento. Appassionato di fotografia, iniziò ad usare le foto dei suoi pazienti come mezzo diagnostico per identificare alcuni tipi di malattia mentale, poi si rese conto che avevano un effetto positivo quando venivano mostrate loro. I pazienti, infatti, tutte le volte che vedevano uno scatto in cui stavano bene, aumentavano la loro autostima.

E’ stato solamente negli anni Settanta del Novecento che è avvenuto il riconoscimento ufficiale del potere terapeutico della fotografia grazie all’articolo di Judy Weiser (1975) sulla “Foto-Terapia”, ovvero sull’utilizzo della fotografia all’interno del processo psicoterapeutico come mezzo per esplorare se stessi e fare emergere contenuti non verbali, soprattutto con quei pazienti che avevano difficoltà a far emergere la loro parte emotiva strettamente collegata a vissuti del passato di cui non ne avevano consapevolezza.

Judy Weiser, psicoterapeuta e appassionata anche lei di fotografia, si accorse che le foto stimolavano nei suoi pazienti sensazioni e ricordi diversi, così cominciò a usare gli album di famiglia dei pazienti per stimolare la riflessione e l’analisi e poi chiese ai suoi pazienti di scattare delle foto per commentarle insieme. Weiser definisce la foto-terapia come una tecnica di counselling in cui il terapista interagisce con il paziente attraverso l’immagine per far emergere vissuti, ricordi e pensieri.

La Foto-Terapia è una pratica terapeutica in cui vengono usate le foto personali, gli album di famiglia, le foto scattate da altri come elemento stimolante per approfondire la comprensione e migliorare le sedute terapeutiche condotte da professionisti specializzati (psicologi psicoterapeuti) e formati in tali tecniche, in un modo che non sarebbe possibile usando solamente le parole. Nella Foto-Terapia il terapeuta assegna dei compiti fotografici al paziente per poi aiutarlo nella lettura e nella comprensione dei suoi scatti all’interno del processo terapeutico. Una fotografia non è solo una stampa, ma racchiude un’immagine che, per chi l’osserva, può prendere vita potentemente. In una fotografia è possibile rivivere il passato, riflettere sul presente e immaginarsi il proprio futuro e, se il paziente è guidato correttamente, svelerà il proprio sistema di valori, i giudizi e le aspettative verso di sé e il mondo, narrando le proprie emozioni sulla base dei suoi scatti e delle immagini da lui scelte .

LA FOTOGRAFIA TERAPEUTICA

Per Fotografia Terapeutica invece s’intende quel campo più vasto in cui determinate tecniche fotografiche vengono usate al di fuori di un processo terapeutico e in assenza di uno psicoterapeuta, allo scopo di aumentare il livello di auto-conoscenza, incrementare la propria consapevolezza, per risolvere piccoli conflitti non di tipo patologico, per attivare un cambiamento positivo o per migliorare le relazioni interpersonali. La Fotografia Terapeutica può essere quindi usata anche in contesti didattici, formativi, educativi, ma sempre con finalità non cliniche e senza la presenza di uno psicoterapeuta. Un esempio è ‘Costole’, la produzione fotografica dell’ex modella anoressica Anna Fabroni, che attraverso la fotografia è riuscita a vincere la malattia e a costruirsi una nuova vita.

21 Ott 2020

LA DIPENDENZA DA SMARTPHONE

LA DIPENDENZA DA SMARTPHONE

Il tema della nomofobia (dipendenza da smartphone o dipendenza dal cellulare), termine coniato recentemente per indicare un comportamento a rischio molto frequente nella popolazione a livello mondiale. Il termine deriva dalla condizione di trovarsi momentaneamente senza telefono, dunque no-mobile, e il suffisso fobia, parola che indica come tutti sappiamo una forte paura, spesso incontrollabile. In questo caso dunque, si parla del terrore e dell’ansia che si prova di fronte all’impossibilità di usare il telefono cellulare, o in mancanza di credito, o per la batteria scarica, o ancora in caso di furto. Per gli esperti la dipendenza da cellulare è una malattia. La nomofobia colpisce per lo più giovani tra i 18 e 25 anni, soprattutto coloro che tendono ad avere bassa autostima problemi relazionali

PERCHE’ SI SVILUPPA LA NOMOFOBIA?

L’utilizzo eccessivo del cellulare sembra legato alla crescente necessità di essere in contatto continuo con qualcuno. E’ un bisogno talmente diffuso tra le persone che ormai passa quasi inosservato; tuttavia, se analizzato da un punto di vista psicologico, sembra suggerire una difficoltà a tollerare la separazione dall’altro e la solitudine. Il telefono, di fatto, permette di sostituire la relazione e la presenza fisica dell’altro con una relazione mediata a distanza.  La dipendenza da smartphone può essere dovuta al bisogno di “esibirsi”. In questo caso le persone, nella scelta dei loro dispositivi, mostrano molta attenzione al marchio, al colore e al design. La dipendenza da telefonino è legata anche alle applicazione e ai giochi sempre più sofisticati che possono essere scaricati.  La principale attrattiva degli smartphone è il fatto che le app offrono gratificazioni immediate: vedere una notifica apparire e poi scomparire quando l’abbiamo controllata dà al cervello un senso di soddisfazione. Una soddisfazione che le tante app a nostra disposizione possono darci molto facilmente: micro-dosi di facile gratificazione continue e costanti che alla lunga ci rendono dipendenti.

QUANDO SI PARLA DI DIPENDENZA?

L’uso quotidiano e comune del telefonino rende spesso difficile tracciare un confine diagnostico tra “comportamento normale” e “comportamento aberrante”. Dal punto di vista quantitativo , generalmente si parla di “cellularomania” quando il traffico telefonico quotidiano di un individuo ammonta all’incirca a 300 contatti.
Tuttavia, il problema quantitativo potrebbe anche essere manifestato in termini di lunghe conversazioni con poche persone o ancora l’utilizzo eccessivo potrebbe essere legato all’abuso di altre funzioni presenti nel cellulare. Inoltre, al di là della quantità di comunicazioni o del tempo passato al cellulare, si può ipotizzare una “dipendenza da telefonino” quando una persona presenta alcuni dei seguenti atteggiamenti-spia:

  • dedica la maggior parte del proprio tempo ad attività connesse all’utilizzo del telefonino (telefonate, sms, giochi, consultazioni, uso di foto-videocamere, ecc.)

  • manifesta senso di stordimento, mal di testa, vertigini, dolori al viso o all’orecchio o altri sintomi fisici 

  • manifesta un atteggiamento di estrema affettività verso l’oggetto telefonico

  • mostra un utilizzo del telefonino non giustificato da necessità

  • tende ad entrare in ansia o perfino in panico, o comunque a sperimentare stati emotivi spiacevoli, se il telefonino è scarico o se non funziona

  • è incapace di mantenere dei momenti di assenza di contatto e di comunicazione con qualcuno;

  • ha l’abitudine di mantenere il telefono acceso anche di notte e di effettuare eventuali risvegli notturni per controllare l’arrivo di short message o di chiamate.

COME INTERVENIRE SULLA NOMOFOBIA?

Per prevenire questo tipo di comportamenti bisogna utilizzare lo smartphone in modo intelligente Naturalmente tutto questo diventa fattibile nella misura in cui si adoperano gli strumenti saggiamente senza abusarne, in questi casi bisogna evitare che il cellulare diventi il fulcro della nostra vita. Quando diventa impossibile staccarsi dallo smartphone allora è il momento di consultare uno psicologo. Un percorso di consulenza psicologica o di psicoterapia permette di fare chiarezza sul proprio comportamento, di individuare cosa ci spinge a far cose che spesso sono sgradite anche a noi stessi e di trovare le risorse che possono aiutarci a impiegare meglio e in modo più soddisfacente e produttivo il nostro tempo.

21 Ott 2020

Cosa sono i fringe benefit?

Cosa sono i fringe benefit?

I fringe benefit, espressione inglese fringe (marginale) e benefit (beneficio) sono una delle soluzioni a disposizione delle imprese per incentivare i propri collaboratori, motivarli e aumentare la loro soddisfazione, diffondendo benessere e qualità della vita.

Il concetto di fringe benefits non va confuso con quello di flexible benefit, in cui ricadono tutte le misure di welfare aziendale, ovvero servizi, prestazioni e somme che il datore di lavoro elargisce a favore dei propri dipendenti con l’obiettivo di migliorare l’ambiente lavorativo e familiare e aumentare il loro benessere. Vediamo la differenza tra le due tipologie di benefit, legata ai concetti di detraibilità e detassazione.

I Fringe Benefit sono compensi in natura, benefici che il datore di lavoro offre ai dipendenti e che vanno ad aumentare il valore della retribuzione. Sono fringe benefit, ad esempio, i buoni spesa, il buono carburante, l’utilizzo di auto aziendali, il cellulare aziendale con uso anche personale, il portatile, l’alloggio, la concessione di prestiti, i fabbricati concessi in locazione, in uso o in comodato e i servizi di trasporto ferroviario prestati gratuitamente. Tali concessioni, possono essere stabilite all’inizio del rapporto di lavoro all’interno del contratto, oppure essere ottenute successivamente mediante accordo singolo tra lavoratore e azienda. Questi beni sono conteggiati nel reddito lordo del lavoratore e tassati, a meno che il valore non rimanga sotto una certa soglia. È questa la soglia raddoppiata dal DL di agosto 2020.

Tra i Flexible Benefit rientrano invece le somme, le prestazioni e i servizi che il datore di lavoro eroga alla generalità dei propri dipendenti in una politica di welfare aziendale. Non sono pertanto compresi nel contratto individuale, ma derivano da accordi e/o regolamenti aziendali o territoriali e hanno l’obiettivo di migliorare il benessere e la qualità di vita dei dipendenti e dei loro familiari. In quest’ottica questi servizi, pur contribuendo ad aumentare la retribuzione, non partecipano alla formazione del reddito imponibile e sono pertanto oggetto di detassazione.

Vediamo un rapido elenco dei fringe benefits più comuni e come funzionano.

Auto aziendale

Tra i benefits più diffusi spicca l’autovettura ovvero auto aziendale ad uso promiscuo. L’utilizzo di mezzi di trasporto di proprietà aziendale assume rilevanza ai fini INPS e IRPEF (si considerano perciò retribuzione) solo quando gli stessi sono forniti ai dipendenti:

-esclusivamente per esigenze personali: in questo caso il mezzo sarà soggetto a contributi e tasse in base al “valore normale”, da intendersi come il prezzo normalmente praticato dal fornitore in base a listini o tariffe;

-per motivi sia personali che aziendali (cosiddetto uso promiscuo): in questo caso, contributi e tasse vengono calcolati invece su un “valore convenzionale”, secondo il seguente schema:

il primo passo è ricavare dalle tabelle ACI il costo chilometrico relativo al tipo di autovettura, poi si moltiplica il costo chilometrico per una percorrenza convenzionale di 15 mila chilometri, si quindi ottiene il costo chilometrico per 15 mila chilometri ed infine di quel costo si ottiene il 30% su cui verranno poi calcolati contributi e tasse.

Buoni pasto

Si tratta di mezzi di pagamento ad importo fisso che vengono consegnati ai lavoratori in sostituzione della mensa aziendale. Questi non sono convertibili in denaro e il datore di lavoro non può pagarli in liquidi al dipendente; tuttavia sono spendibili per l’acquisto sia di generi alimentari che di pasti presso gli esercizi convenzionati e possono essere integrati in denaro da chi li spende.

Telefono cellulare (smartphone e tablet)

Il telefono cellulare (ivi compreso lo smartphone o il tablet) è imponibile ai fini INPS e IRPEF solo se utilizzato anche per ragioni personali. In questo caso, lo stesso diventa retribuzione in natura e come tale deve essere assoggettato a tasse e contributi, da calcolarsi sui costi delle telefonate private addebitate dal gestore telefonico al datore.

Immobili in locazione, uso o comodato

Gli immobili assegnati ai dipendenti in locazione, uso o comodato, costituiscono retribuzione in natura e dunque sono imponibili per la differenza tra:

-rendita catastale aumentata di tutte le spese riguardanti il fabbricato purché non sostenute dal dipendente;

-quanto il dipendente stesso ha dovuto corrispondere per il godimento del fabbricato.

Prestiti personali agevolati

Per i prestiti concessi ai dipendenti, si assume come retribuzione (imponibile) la differenza tra:

-l’importo degli interessi calcolati al tasso ufficiale di riferimento vigente alla fine dell’anno;

-l’ammontare degli interessi applicati al dipendente.

Borse di studio

Altro benefits di notevole rilevanza sono le borse di studio. Per legge sono escluse da tassazione le somme erogate dal datore ai familiari del dipendente, come il rimborso delle spese sostenute per le rette scolastiche o le tasse universitarie.

Voucher

I benefits possono essere erogati ai dipendenti anche tramite voucher. In questi casi, il riconoscimento di beni o la fornitura di servizi ad opera del datore avviene attraverso il rilascio di documenti di legittimazione (cartacei o elettronici), contenenti un valore nominale. I voucher possono essere utilizzati anche per prestazioni ripetute nel tempo (ad esempio ingressi in palestra).

Fringe benefit: la soglia di esenzione

Esiste una soglia di esenzione per la retribuzione in natura. Come dispone la legge (art. 51 c. 3 DPR 917/86 cosiddetto Testo Unico delle Imposte sui Redditi o TUIR), non concorrono a formare reddito i beni e i servizi garantiti dal datore quando il loro valore complessivo non supera, nel periodo d’imposta cioè nell’intero anno, euro 258,23. Al contrario, se i beni e i servizi hanno un valore superiore questo concorre per intero a formare il reddito (se ad esempio il valore è 500 euro questo è soggetto per intero a contributi e tasse).

14 Ott 2020

Il Counseling Aziendale

Il Counseling Aziendale

Il counseling aziendale è un intervento di sviluppo personale, di team o organizzativo per riflettere su come il proprio lavoro interagisca con le altre dimensioni della propria vita.

Il counseling si dimostra come un’efficace relazione d’aiuto che mira alla promozione del benessere della persona, valorizzando le capacità individuali e indirizzando le energie e le motivazioni dei singoli verso sviluppi coerenti con le esigenze dell’azienda. In pratica si parte dal presupposto che il benessere dei dipendenti e la qualità della loro vita, anche lavorativa, si rifletta sulle loro motivazioni professionali e sulle loro prestazioni specifiche, incidendo sulla produttività.

L’intervento di un counselor aziendale parte da un attento studio delle problematiche comunicative riscontrate all’interno dell’azienda. L’osservazione e l’analisi sono i primi step per interfacciarsi con le esigenze dell’azienda e dei suoi dipendenti, al fine di creare un ambiente lavorativo salutare, in primis dal punto di vista psicofisico.

Dopo aver analizzato i vari fattori che entrano in gioco, il counselor procede applicando i principi del counseling quali:

  • Ascolto attivo;
  • Sospensione del giudizio;
  • Empatia;
  • Accettazione positiva incondizionata;
  • Autenticità.

Gli aspetti positivi del counseling aziendale

benefici organizzativi attesi dal counseling organizzativo sono in termini di significatività del lavoro e quindi di produttività, di benessere organizzativo e di motivazione. I campi di applicazione possibili sono molteplici: formazione, interviste, sedute di counseling, focus group e molto altro.

Grazie all’intervento di un professionista del counseling aziendale potrai diminuire lo stress lavorativo contribuendo così ad aumentare la produttività e le performance, con un notevole incremento del fatturato.

Rivolgersi a un counselor aziendale permette di:

  • Aumentare il benessere nell’ambiente lavorativo;
  • Ottenere una comunicazione efficace all’interno dell’azienda;
  • Far crescere la motivazione dei lavoratori;
  • Ridurre assenteismo e situazioni di disagio;
  • Migliorare la qualità del lavoro.

Tipologie di interventi di counseling aziendale

Gli interventi di counseling aziendali possono essere sia individuali che di gruppo.

Tra gli interventi individuali troviamo:

  • career counseling: interventi di orientamento alla carriera per individuare i propri punti di forza e di debolezza, le opportunità di crescita e le difficoltà incontrate sul lavoro oltre che le proprie aspirazioni, per poter impostare lo sviluppo di un piano di miglioramento;
  • sportello di counseling: può offrire ai dipendenti la possibilità, fuori o dentro l’orario di lavoro, di accedere gratuitamente al servizio per riflettere su una difficoltà specifica;
  • counseling per gruppi omogenei di popolazione: coinvolge i dipendenti che hanno certe caratteristiche, come il fatto di essere da poco rientrati da un congedo per assistenza familiare o un recente cambiamento di ruolo;
  • counseling ai giovani potenziali o agli executive: l’intervento ha lo scopo di promuovere la crescita personale e professionale dei talenti presenti in azienda.

Tra gli interventi di gruppo troviamo:

  • formazione su tematiche soft: sviluppa le competenze necessarie per innescare processi di autosviluppo; l’attività può essere rivolta ai teamper implementare le meccaniche interne di funzionamento (feedback, comunicazione, fiducia, decision making) o a gruppi di individui (esempio giovani potenziali) che pur non lavorando insieme possono potenziare risorse come la creatività, la gestione dei collaboratori, l’intelligenza emotiva e l’autoconsapevolezza;
  • counseling di change management: utilizza il processo e le tecniche del counseling aziendale per guidare le dinamiche di cambiamentoche un gruppo di lavoro può affrontare a seguito di eventi come cambiamenti organizzativi;
  • counseling aziendale al termine di altri percorsi formativi: a seguito di interventi formativi di gruppo, un sotto-gruppo o l’individuo possono richiedere una o più sedute di approfondimento per consolidare l’apprendimento e affrontare in modo più specifico determinate tematiche;
  • counseling rivolto all’azienda nel suo complesso: in questo caso oggetto dell’intervento è l’intera organizzazione che vuole andare a rilevare o modificare in parte la propria cultura aziendale, specie in relazione a grandi cambiamenti organizzativi che l’hanno attraversata.

 

 

14 Ott 2020

PARENTING: COMPETENZE E FUNZIONI GENITORIALI

PARENTING: COMPETENZE E FUNZIONI GENITORIALI

Il concetto di parenting o competenze genitoriali, descrivono il modo in cui i genitori assolvono alle funzioni genitoriali. All’interno di tali contesti di studio della genitorialità è stato precisato che la “funzione genitoriale”, e la connessa disponibilità a fornire cure, includono capacità cognitive, affettive e relazionali che non sono riducibili alle attitudini o alle caratteristiche individuali del singolo genitore bensì a come queste riescono a incontrare le necessità specifiche di ogni figlio. Sulla base delle capacità di parenting si definisce la cosiddetta “idoneità genitoriale” che si compone di quattro livelli o aree di competenza:

1. Nurturant caregiving: accoglimento e comprensione delle esigenze primarie dei figli (fisiche e alimentari);

2. Material caregiving: le modalità con cui i genitori preparano, organizzano e strutturano il mondo fisico del bambino;

3. Social Caregiving include tutti i comportamenti che i genitori attuano per coinvolgere emotivamente i bambini in scambi interpersonali;

4. Didactic caregiving: sono le strategie che i genitori utilizzano per stimolare i figli a comprendere i proprio ambiente.

FUNZIONI GENITORIALI

Attraverso il ricorso a competenze di cura e di educazione, differenziate in relazione alle età e alle esigenze specifiche dei figli, i genitori o le figure alternative di accudimento assolvono a molteplici funzioni genitoriali, che rappresentano degli obiettivi generici e trasversali di supporto ad uno sviluppo equilibrato dei propri figli. Visentini individua 8 funzioni genitoriali:

  •  la funzione protettiva che include tutti quei comportamenti con cui si offrono cure in risposta ai bisogni di un bambino e, in modo particolare, al bisogno di protezione fisica e di sicurezza. Tale funzione si svolge sia attraverso la presenza fisica, visibile e osservabile dal bambino dentro la casa, sia mediante la capacità di far sentire la propria esistenza e partecipazione alla vita dei figli, facilitando l’interazione di questi ultimi con il loro ambiente.

  • la funzione affettiva che consiste nella capacità di strutturare il cosiddetto “mondo degli affetti” dei figli conferendo ad esso una qualità emotiva dotata di emozioni prevalentemente positive nell’interazione con il mondo degli adulti con cui si intrecciano legami significativi. Se i genitori sono in grado di vivere e condividere emozioni positive insieme ai loro figli, ciò contribuisce a costruire un mondo affettivo e relazionale sano intorno a questi ultimi. 

  • regolativa genitoriale: iperattivata con risposte intrusive che non danno il tempo al bambino di segnalare i suoi bisogni o stati emotivi; ipoattivata quando vi è scarsità o mancanza di risposte; inappropriata quando i tempi non sono in sincronia con quelli del bambino;

  • normativa: capacità del genitore di creare un sistema di regole flessibile che consentano al bambino e all’adolescente di fare esperienza e di creare le premesse per l’autonomia;

  • la funzione significante attività genitoriale finalizzata ad attribuire, alle percezioni e alle sensazioni dei bambini, un contenuto “pensato” e “pensabile”, tale da comprendere se stessi e il mondo. grazie a questa “funzione significante”, i genitori creano una cornice in grado di dare un senso ai bisogni, ai gesti, ai movimenti, alle espressioni e ad ogni aspetto del mondo in cui si inserisce un fanciullo

  • predittiva: capacità del genitore di predire la tappa evolutiva successiva, in modo da poter cambiare modalità relazionale con il crescere del bambino, e adeguarsi alle nuove competenze da lui acquisite;

  • rappresentativa e comunicativa: capacità del genitore di saper comunicare con il bambino, cioè scambi di messaggi chiari e congrui al suo sviluppo;

  •  funzione fantasmatica è costituita dall’abilità genitoriale di incoraggiare il mondo fantasmatico e le fantasie che supportano nei bambini sia la conoscenza della realtà, attraverso il confronto con ciò che non è reale, sia la costruzione della propria identità attraverso le fantasie su di sè. L’identità, infatti, si genera a partire dall’incontro del “bambino reale” con il “bambino desiderato” , ossia fantasticato dai genitori e dal bambino stesso

  •    funzione triadica che è intesa come l’abilità dei genitori di avere tra loro un’alleanza cooperativa, basata sul sostegno o quantomeno sul rispetto reciproco. 

UNA DEFINZIONE DI PARENTING

Il parenting è un processo multideterminato da aspetti anche sociali e culturali che richiamano le rappresentazioni sociali sul ruolo del genitore, del bambino e della famiglia nella società.
Il concetto di 
parenting può essere definito come un processo relazionale co-determinato dal bambino e dall’adulto identificato come figura di riferimento che determina lo sviluppo fisico e psico-socio-culturale ed educativo del bambino, in una dimensione spazio-temporale e socio-culturale.

STILI DI PARENTIG

In particolare, ogni genitore adotta un particolare tipo di comportamento verso i propri figli, definito stile di parenting. È emerso da alcune ricerche che lo stile di parenting è in relazione con il livello di soddisfazione coniugale: le coppie soddisfatte del loro matrimonio hanno maggiori probabilità di attuare uno stile costruttivo.

Un’ulteriore influenza che gli stili di parenting è sicuramente costituito dalle attese sociali nei confronti dei ruoli genitoriali. Il il contesto storico-culturale attuale ha completamente stravolto la concezione collettiva dei ruoli di genere: con l’ingresso nel mondo del lavoro extra-domestico, la donna deve riuscire a combinare il tempo del lavoro e il tempo della famiglia. Nondimeno, anche il padre è soggetto a notevoli pressioni sociali che lo portano, a seconda delle specifiche situazioni, a diversi livelli di coinvolgimento; possiamo rappresentarci un livello di partecipazione che va, da un estremo, da un aiuto assolutamente periferico fino, all’estremo opposto, all’assunzione della responsabilità totale del figlio.

07 Ott 2020

METODO FEUERSTEIN: SVILUPPARE IL PROPRIO POTENZIALE

METODO FEUERSTEIN: SVILUPPARE IL PROPRIO POTENZIALE
Il metodo Feuerstein, un interessante approccio meta-cognitivo, prende il nome dallo psicologo-pedagogista Reuven Feuerstein, il cui obiettivo è lo sviluppo delle potenzialità dell’individuo, ossia aumentarne le capacità di modificarsi di fronte al cambiamento.

Il vantaggio del Metodo Feuerstein è che non lavora sui contenuti specifici (come storia o matematica), ma sui processi che sono necessari per imparare i contenuti specifici. Il Metodo si focalizza sul come si utilizza la mente; in questo modo, una volta che si è imparato a usare una strategia cognitiva per risolvere un problema, questa può essere utilizzata in altri ambiti.

Lo scopo di Feuerstein è stimolare le risorse che l’individuo ha dentro di sé.

L’INTELLIGENZA

L’aspetto maggiormente innovativo di Reuven Feuerstein è la concezione dell’intelligenza. Secondo il metodo Feuerstein, l’intelligenza non è un tratto ereditato geneticamente e perciò immutabile; è invece uno stato, risultato di diverse componenti, di cui quella genetica non è la sola né la più importante.
L’intelligenza è la propensione dell’organismo a modificarsi nella sua struttura cognitiva, in risposta al bisogno di adattarsi a nuovi stimoli, di origine interna o esterna che siano (Feuerstein 1998) .

 L’intelligenza può essere sviluppatapotenziata e allenata allo steso modo in cui rafforziamo i muscoli.  In passato l’intelligenza veniva considerata come un’entità fissa e immodificabile, come un dono dipendente anche dall’eredità familiare. Oggi, grazie anche alle più recenti delle neuroscienze, l’intelligenza non è considerata come una qualità immutabile, ma un’entità plastica e modellabile nel corso del tempo grazie all’ambiente circostante. Secondo Feuerstein il bambino costruisce la propria intelligenza attraverso un insieme di interazioni e di scambi favorevoli con i genitori, gli insegnanti e, più in generale, con tutte le persone responsabili della sua istruzione e della sua educazione. Secondo Feuerstein, “I cromosomi non hanno l’ultima parola”, ma l’educazione e l’interazione sociale contribuiscono in modo decisivo alla costruzione delle abilità cognitive e allo sviluppo dell’individuo.

IMPARARE AD IMPARARE

La visione di Feuerstein sull’intelligenza comporta conseguenze molto importanti sul come rapportarsi con il bambino. Mentre nella scuola tradizionale vengono posti al centro i contenuti (e meno male, bisogna imparare le nozioni e i fatti), nel Metodo Feuerstein i contenuti  non hanno grande importanza e servono solo al mediatore per giustificare l’utilizzo di determinate facoltà mentali. L’importante è strutturare nell’allievo adeguate modalità di pensiero, in modo che i suoi processi mentali siano il più possibile efficienti nel momento dell’apprendimento vero e proprio, questo è il vero significato dell’espressione imparare ad imparare.

La prima fase del metodo prevede la valutazione dinamica della propensione all’apprendimento (LPAD) di un bambino o di un adulto (si differenzia quindi in modo marcato dalla misurazione del quoziente intellettivo per strumenti, modalità e scopo della valutazione) per poi svilupparne appunto l’intelligenza con apposito insegnamento centrato sulla mediazione didattica, fatta da una persona professionalmente preparata ad applicare il metodo in uno dei centri accreditati ufficialmente.

Questo metodo prevede due modalità di lavoro : il programma di intervento (PAS) e il lavoro in team.

Il programma di intervento (PAS): consiste in 14 strumenti carta e matita che non necessitano di alcuna conoscenza didattica precedente. L’obiettivo del PAS è arricchire le strategie cognitive dell’individuo al fine di arrivare a un apprendimento migliore e a un problem solving più efficace.  Il PAS mira ai processi di apprendimento in sé, non a contenuti specifici, per questo è così efficace e così applicabile in contesti diversi.

Gli esercizi del PAS puntano a:

  • far controllare l’impulsività quando si deve rispondere ad una domanda o risolvere un problema
  • far riflettere prima di compiere anche la più piccola azione
  • chiedersi sempre quale è il problema e come lo si è risolto e perché si ha avuto successo o meno

Il lavoro in team con genitori e insegnanti è fondamentale.
Ogni bambino è un sistema complesso, per poter migliorare è necessario
 intervenire in tutti gli ambiti in cui vive

AMBITI DI APPLICAZIONE E SOGGETTI PER CUI È ADATTO

Il metodo è oggi applicato oltre che a studenti, a persone adulte, ad esempio lavoratori che devono aggiornarsi alle nuove tecnologie, disoccupati ed emarginati. Occupandosi dell’aumento di strategie, il trattamento con il metodo Feuerstein viene applicato con successo in ambiti e con problemi diversi, come ad esempio:

  • Ritardo nelle prestazioni;
  • Prestazioni inferiori alle potenzialità;
  • Difficoltà scolastiche;
  • Disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia, disgrafia).

 Il metodo Feuerstein è efficace in tutte quelle situazioni in cui è necessario stimolare un incremento delle prestazioni per permettere al bambino/ adulto di diventare più flessibile.

30 Set 2020

ABULIA: ASSENZA DI VOLONTA’

ABULIA: ASSENZA DI VOLONTA’

L’abulìa (dal greco ἀβουλία, aboulìa), termine composto dal prefisso privativoἀ- (a-) e da βουλή (boulè) che significa volontà, indica un’«assenza di volontà»: per meglio dire, è una condizione più o meno patologica caratterizzata da una volontà cronicamente debole o insufficiente. Questo fenomeno comporta un’inibizione dell’attività fisica e cognitiva: il soggetto esita nel prendere una decisione in maniera autonoma e nel compiere una determinata azione, pur essendo consapevole della necessità di dover portarla a termine. Nei casi più gravi, l’abulia porta alla sospensione di qualsiasi atto volontario, conducendo il paziente all’inerzia totale.Quando una persona affronta una simile condizione, di solito chi le sta accanto tende a risollevarla e a darle semplici consigli, come “prenditi qualche giorno di riposo”, “esci e prova a staccare la spina, fatti un po’ di forza”. Eppure, nulla di tutto questo serve, sono inutili cerotti su una realtà psicologica che non capisce cos’è l’allegria e che non trova sollievo nemmeno in una dormita di 10 ore.

ABULIA E APATIA

Apatia e abulia sono termini spesso utilizzati come sinonimi o in maniera intercambiabile, eppure i loro significati sono piuttosto diversi.
 L’apatia, infatti, si riferisce allincapacità prolungata di partecipare alle normali attività o eventi della vita quotidiana, mentre chi è affetto da abulia manifesta una marcata incapacità nel prendere decisioni, oppure a iniziare o portare a termine una qualsiasi azione e spesso si manifesta a seguito di uno stato di apatia nel quale è assente ogni stimolo ad agire.

CAUSE DELL’ABULIA

Malgrado i numerosi studi condotti nell’ambito dell’abulia, non sono ancora del tutto chiare le cause alla base di questa patologia. Attualmente gli sforzi dei ricercatori sono tesi a comprendere se l’abulia vada considerata come una complicanza di altre malattie neurologiche o debba essere considerata come disturbo indipendente.

Lorigine dell’abulia sembra debba essere ricondotta ad un malfunzionamento circolatorio nell’emisfero sinistro dell’area frontale del cervello dovuto a malattia o trauma.

La patogenesi di questa malattia sembra essere associata con una riduzione della neurotrasmissione dopaminergica nei lobi frontali della corteccia celebrale, responsabile dell’attività motoria, della capacità di manifestare iniziativa, pianificare azioni rivolte a risolvere determinati problemi e a superare le avversità.

Pazienti con lesioni nella regione frontale del cervello manifestano infatti problemi di inerzia inattività.

SINTOMI DELL’ABULIA

L’abulia non si manifesta esclusivamente con apatia e scarsa voglia di svolgere i propri doveri. Quali sono i sintomi clinici più riconoscibili in caso di abulia? Non è facile circoscriverli, ma è molto facile confonderli con momenti di semplice pigrizia e indolenza. Si tratta di uno stato ben più profondo, duraturo e persino interessante:

  • Mancanza di energie per le attività quotidiane.

  • Stanchezza, assenza di motivazione  e di spirito di iniziativa.

  • Movimenti lenti.

  • Assenza di capacità di reazione agli stimoli.

  • Incapacità decisionale, di reazione alle richieste del contesto di appartenenza.

  • Linguaggio rallentato. Il soggetto fatica persino ad ascoltare quello che gli viene detto.

  • Stallo emotivo: non si provano molte emozioni, ma se percepite ciò avviene all’unisono provocando affaticamento.

  • Alcune persone finiscono per adottare una forma di mutismo.

Bisogna segnalare che è necessario prestare particolare attenzione ai bambini e agli anziani. Spesso potremmo pensare che questa apatia e assenza di motivazione siano associati all’età (troppo giovani o troppo anziani). In realtà, l’abulia colpisce anche questa fascia di popolazione ed è importante sapere cosa la scatena.

CURARE L’ABULIA

La terapia per l’abulia dipenderà dalla causa, ovvero dal disturbo o dalla condizione clinica da cui ha origine questo stato. Un paziente che ha subito una lesione cerebrale a seguito di un incidente non verrà trattato come qualcuno con una forma di depressione maggiore.

Nella maggior parte dei casi si parte da un trattamento farmacologico a base di antipsicotici atipici (nel caso della schizofrenia) o di antidepressivi (nel caso della depressione).
Al tempo stesso, è vivamente consigliato sottoporsi a psicoterapia. In questo caso l’obiettivo sarà quello di dotare i pazienti degli strumenti necessari per aumentare la motivazione, prendersi cura dei propri pensieri, regolare le emozioni e mettere in atto alcuni comportamenti utili al recupero del controllo della realtà.

Sono stati osservati interessanti benefici delle terapie fisiche e sportive, così come della fisioterapia. Muoversi anche con semplici attività motivanti aumenterà la produzione di endorfine e favorirà un nuovo contatto dal punto di vista fisico. Altre terapie rivelatesi efficaci nel trattamento dell’abulia sono le terapie considerate “alternative”, a base di rimedi fitoterapici quali erbe o piante, oli essenziali e minerali in grado di modulare il tono dell’umore, stabilizzare il ciclo sonno-veglia e l’appetito, oltre a contrastare l’ansia e la depressione che spesso si accompagnano a questa patologia.

30 Set 2020

La ristrutturazione aziendale

La ristrutturazione aziendale

La ristrutturazione aziendale è un’attività molto complessa, che però si può semplificare e dividere in fasi. Prima di tutto bisogna capire quando effettivamente l’Azienda necessita di un piano di ristrutturazione.

Un’impresa può definirsi in crisi quando al suo interno si è creato uno squilibrio economico – finanziario diffuso, che potrebbe col passare del tempo portare l’azienda all’insolvenza ed al dissesto, se non si effettuano opportuni interventi di risanamento aziendale.

Una riorganizzazione aziendale è un’attività che implica la ristrutturazione dei ruoli, del management, delle strutture e degli investimenti di un’impresa. In quanto tale, si attua in tutte quelle realtà in cui persistono problemi organizzativi, strutturali o economici. Spesso le aziende perdono di vista i loro obiettivi primari e per far funzionare nuovamente tutti gli ingranaggi della struttura è necessario ripensare ad una loro riorganizzazione.

Ridefinire la struttura di un’impresa non è un lavoro semplice, perché spesso significa modificare la cultura e la mentalità aziendale. Per questo è consigliato affidarsi ad un consulente esterno, che abbia una visione obiettiva dell’organizzazione aziendale che gli permetta di comprendere dove è meglio intervenire.

Si tratta di un percorso che può prendere strade differenti a seconda delle criticità di ciascuna azienda, ma che deve assolutamente seguire alcune fasi specifiche.

Le fasi di un buon piano di ristrutturazione aziendale

Un buon piano di ristrutturazione aziendale consente di avviare quelle attività finalizzate alla continuità aziendale ed è solitamente composto da tre fasi:

1° fase: ANALISI. Si valuta l’azienda e si cercano le cause reali che hanno portato alla crisi.

2° fase: STRATEGIA. Una volta individuati i punti di debolezza, si stabilisce un piano dettagliato d’azione, cioè la strategia da seguire per rendere ancora redditizia l’impresa (se possibile).

3° fase: AZIONE. Si mette in pratica il piano strategico con costanza e determinazione, rispettando al massimo le modalità e la tempistica stabilita. Nonostante sia quella che porta in sostanza i risultati tangibili, è proprio la terza fase quella che solitamente gli imprenditori tendono a fermare, rallentare o procrastinare.

Se le prime due fasi trattano di informazioni e numeri, che permettono di individuare esattamente le problematiche e suggeriscono le migliori vie di uscita, è nella terza fase che si prende coscienza della situazione cercando di tirar fuori la forza morale e fisica per lavorare di più per correggere gli errori del passato.

Come sempre, in ogni intervento aziendale, che sia di gestione, ristrutturazione, risanamento, rilancio o semplice organizzazione, la componente umana è decisiva. Un buon consulente, se non vuole che il suo lavoro si fermi alle prime due fasi d’intervento, deve tener conto di questo: le aziende sono fatte di persone e non di numeri e teoria. Le persone creano le crisi, ma allo stesso tempo, sono le persone ad attivare i meccanismi risolutivi.

Le aziende hanno un’anima fatta di persone e quest’anima va curata e salvaguardata allo stesso tempo che il sistema va attualizzato, risanato e reso produttivo. Un intervento realmente efficace e positivo non può fare a meno di mettere in equilibrio i due protagonisti: l’anima ed il corpo dell’intervento: i numeri che tornano e le persone che li fanno tornare.

23 Set 2020

STATO DI FLOW/FLUSSO : ESSERE COMPLETAMENTE IMMERSI IN UN’ATTIVITÀ

STATO DI FLOW/FLUSSO  : ESSERE COMPLETAMENTE IMMERSI IN UN’ATTIVITÀ

Lo stato di Flow o di flusso è uno stato emotivo positivo sviluppato da Milahàly Csìkszentmihàlyi, uno degli psicologi più famosi nell’indagine della psicologia positiva.

Il Flow o Esperienza Ottimale è “un stato in cui la persona si trova completamente assorta in un’attività per il suo proprio piacere e diletto, durante il quale il tempo vola e le azioni, i pensieri e i movimenti si succedono uno dopo l’altro, senza sosta”.

Questo stato emotivo positivo è caratterizzato dal coinvolgimento totale nell’attività che si sta realizzando, in cui nulla sembra più importante, mantenendo un livello di concentrazione assoluto. Tutto il nostro io si trova concentrato su quel compito, utilizzando e portando le nostre destrezze e abilità fino al limite. Nello stato di flow ci si ritrova a fare quello che realmente si vuole, essendo questo un sentimento spontaneo e che richiede poco sforzo.

ETIMOLOGIA

Csikszentmihaly utilizzò il termine inglese flowflussocorrente per definire  uno stato mentale, descritto da molte persone da lui intervistate, come una corrente d’acqua che li trascinava. Nei libri Optimal Experience: Psychological Studies of Flow in Consciousness[5] e Flow: The Psychology of Optimal Experiencedel egli parlò dell’esperienza che si prova durante il flusso come un'”esperienza ottimale”, in cui la prestazione è al culmine e lo stato d’animo è positivo. Quando le sfide e le capacità son contemporaneamente sopra la media, l’esperienza ottimale emerge.

CARATTERISTICHE DELLE ESPERIENZE OTTIMALI

Le caratteristiche comuni che devono avere le esperienze per essere ottimali e per potersi lasciar andare sono:

  • Il compito o la meta raggiungibili. Stabilire obiettivi concreti.

  • Concentrarci totalmente sul compito.

  • Il compito deve avere degli obiettivi chiari.

  • Gli obiettivi chiari permettono di avere un feedback diretto e immediato.

  • Agiamo senza sforzo, totalmente concentrati e senza preoccupazioni.

  • Si crea un sentimento di controllo sulla situazione o sull’attività, il quale elimina la paura del fallimento.

  • Tutta l’energia fisica e psichica è avvolta nella realizzazione del compito.

  • Il senso di durata del tempo si altera. Durante lo stato di flow, le ore possono sembrare minuti.

  • Il flusso sopraggiunge quando si produce un equilibrio tra le sfide del compito o l’attività che stiamo affrontando e le abilità di cui disponiamo per affrontarlo. Quest’attività non ci risulta né troppo facile né troppo complessa.

SINTOMI DELLO STATO DI FLUSSO

Come capire se siamo di fronte alla Stato di Flow? Ecco alcuni sintomi:

Diminuzione dell’auto-consapevolezza.
Equilibrio tra la sfida e le abilità di una persona.
Unione del pensiero e dell’azione.
 Cancellazione della paura di fallire.
 Continua sensazione di sorpresa tramite la realizzazione dell’attività.
 L’attività è un fine di per sé.
 Si fa ciò che si vuole fare con sicurezza.
Distorsione del tempo.
Eliminazione delle distrazioni.

AMBITI DI APPLICAZIONE DELLO STATO DI FLUSSO

Gli ambiti di applicazione della teoria del flow al settore professionale possono essere molteplici e molto utili, ad esempio, nel settore dell’istruzione, dello sport o aziendale, in quanto spiega come possono essere organizzate le attività per promuovere il divertimento e migliorare il rendimento a livello del gruppo.