22 Lug 2020

Il Design Thinking

Il Design Thinking

La metodologia manageriale del Design Thinking (sviluppata a Stanford e poi diffusasi rapidamente in USA, Canada e in gran parte d’Europa), aumenta drammaticamente la capacità delle organizzazioni (aziende profit, no profit, pubbliche amministrazioni ecc.) di prendere decisioni efficaci e redditizie, creando condivisione e “benessere” per tutti i suoi stakeholder, interni ed esterni.

Lo fa insegnando ai team aziendali a sviluppare il pensiero creativo, sul modello di quello del designer ed a utilizzare un approccio alla soluzione dei problemi ispirato al metodo scientifico utilizzato nella ricerca.

Il mix ben dosato di queste tecniche, che costituiscono l’insieme delle metodologie del Design Thinking, produce squadre molto coese e determinate, in grado di creare una sorta di “realtà aumentata” dove la visione dei problemi si sposa con l’emergere immediato di potenziali soluzioni innovative, le cui ricadute positive e/o negative appaiono immediatamente più chiare.

Le 5 fasi

Il modello iniziale, poi rimaneggiato dalle varie scuole, è quello della Stanford University:

  1. Empathize

Per delineare al meglio la situazione da risolvere, bisogna partire dalla radice: raccogliere dati, informazioni, interviste, che ci chiariscano la natura di questo problema.

Molto spesso, infatti, si osserva in modo superficiale la realtà, senza togliere i panni dell’azienda: ascoltare quello che hanno da dire gli altri può, invece, aiutare a vedere sfumature nuove, aspetti che non erano mai stati considerati.

  1. Define

Qui va messo tutto nero su bianco, in modo da avere davanti agli occhi la situazione dettagliata.

È fondamentale riportare tutto. Ad esempio, nelle interviste, non bisogna tralasciare nessuna parola: i verbi usati, le situazioni descritte sono delle miniere di informazioni.

Al termine di questa fase otterrai un Problem Statement: la definizione precisa e circostanziata del problema.

  1. Ideate

Nel terzo step arriviamo alla svolta: abbiamo tutto ciò che ci serve per rovesciare la situazione, iniziando a ipotizzare tutte le soluzioni che potrebbero essere risolutive per il problema individuato.

L’avvertenza è una sola: non serve l’Idea, ma tante idee. In questa fase ciò che conta è la quantità e la possibilità di dare davvero sfogo alla creatività, senza porsi problemi di realizzazione concreta e fattibilità. Nessun giudizio, solo pensieri in libertà.

  1. Prototype

Quando avrete buttato giù tante idee, queste potranno essere riordinate e valutate: dal team e dai clienti. Qui si iniziano a tirare le somme sulle soluzioni più interessanti!

In questa fase si va a creare un prototipo del prodotto o del servizio. Si può costruire davvero ciò che vogliamo introdurre o semplicemente presentare l’idea.

  1. Test

Sentire gli umori e le impressioni degli altri: questo si fa nella fase di test, lavorando sul prototipo, migliorandolo o affrontando la disfatta.

Già, perché da qui è possibile che si debba tornare alla fase di ideazione: il fallimento, in questo processo, fa parte del gioco e si deve essere pronti a ricercare, di nuovo, idee creative, costruire prototipi nuovi e ripartire.

I benefici per le aziende che applicano il Design Thinking

Capacità di prendere decisioni: integrare il Design Thinking tra gli strumenti e le metodologie di un’impresa, significa ampliare le skills del team in ambito di problem solving. I problemi diventano criticità da risolvere in modo creativo, con un approccio più “leggero” e positivo. Inoltre, l’uso costante di questo processo, aiuta l’imprenditore a prendere anche decisioni importanti per il suo business, riducendo i rischi.

Riduzione dei costi: quanto costa il Design Thinking? Nulla, a meno che tu non sia una grande azienda con un intero settore dedicato. Ma, in ogni caso, più che di spesa dovremmo parlare di investimento: i procedimenti aziendali vengono ottimizzati, i prodotti o servizi vengono migliorati e testati – con il risultato di avere clienti più felici e che spendono di più – e anche le criticità interne o con i partner possono essere riviste.

Cultura dell’innovazione: nell’azienda, ma anche nel sistema e nel mercato. Affinare prodotti o servizi ciclicamente e lavorare con un metodo scientifico e creativo allo stesso tempo, porta una ventata d’aria fresca dentro la compagnia e “impone” anche agli altri di tenersi al passo, dando vita a un circolo virtuoso basato sull’innovazione, come ricerca di soluzioni che diano sempre maggiori benefici alle persone.

Soluzioni di qualità ed efficienti: l’obiettivo finale è proprio quello di creare prodotti, servizi, esperienze sempre realizzabili, di qualità ed efficienti. Se questo scopo viene centrato, è un grande risultato.

Ambiente proattivo e team building: i singoli membri del team escono rafforzati dal processo di Design Thinking, che favorisce l’emergere di leadership naturali, la motivazione, lo sviluppo di un forte senso di appartenenza. Questa modalità di lavoro, infatti, permette di amalgamare al meglio le professionalità e di creare una sinergia di intenti, rappresentando anche un eccezionale momento di team building.

Utilizzando l’approccio Design Thinking si è in grado di concepire soluzioni innovative; comprendere a fondo chi siano gli attori chiave e quale sia la loro importanza nell’ecosistema aziendale e cosa conti davvero per loro; sviluppare una visione sponsorizzata dall’imprenditore / top management e condivisa dai colleghi; abbattere i rischi e adottare soluzioni che creino valore per l’azienda, per il mercato e per gli attori chiave.

22 Lug 2020

Saper ascoltare. Tutti ora vogliono solo parlare.

Saper ascoltare. Tutti ora vogliono solo parlare.

Viviamo nell’era della comunicazione veloce, trasversale, ma una breve osservazione ci basta a capire che la velocità non è sinonimo di genuinità. A volte la colpa di una cattiva comunicazione è da imputare ad un messaggio formulato male, carico di emozioni approssimative, di idee confuse o di pensieri indefiniti, altre volte siamo noi a peccare di superficialità sia nel parlare che nell’ascoltare. Perché anche l’ascolto è parte integrante del processo comunicativo. Senza l’ascolto, il dialogo diventa monologo. E se in questi tempi possiamo parlare di tutto con tutti, sono pochi quelli che sono ancora in grado di ascoltare veramente. L’ascolto autentico non è un processo passivo, è attivamente ricettivo: accogliamo e processiamo le informazioni ricevute dal nostro interlocutore (e non quelle prodotte dal nostro chiacchiericcio mentale), poniamo attenzione alle parole e ai silenzi, a ciò che viene detto e non detto e come queste cose non dette vengono espresse attraverso la posizione del corpo, le mimiche facciali, i sospiri.

L’ascolto è una parte importante dell’interazione tra due persone. Se nessuno ascolta, la parola non ha nessuna utilità. Se nessuno accoglie l’informazione, quest’ultima perde di valore, di significato, perché ha senso solo se il messaggio crea un ponte tra le persone, un ponte tra me e l’altro. Se manca questo ponte, o se una “riva” viene a mancare, non c’è comunicazione, ecco perché saper ascoltare è importante tanto quanto sapersi esprimere.

L’ascolto può essere passivo, come quando ci limitiamo a sentire la voce dell’altro senza prestargli una reale attenzione, oppure può essere attivo, come quando accogliamo le informazioni ricevute dall’altro nella loro complessità, facendo attenzione all’intero spettro comunicativo del messaggio che ci viene dato: ascoltiamo la voce e le sue intonazioni, ascoltiamo le parole e anche le pause, i silenzi, ascoltiamo il corpo con i suoi gesti, le sue posizioni.

Ascoltare è un’arte che s’impara col tempo, che si perfeziona grazie all’esperienza. Ci permette non solo di diventare dei buoni ascoltatori ma dei migliori comunicatori. Ogni volta che prestiamo davvero attenzione all’altro e ci permettiamo di accogliere dentro di noi le informazioni che ci manda, il nostro mondo si arricchisce. Essere in posizione di ascolto rappresenta una grande opportunità di crescita: l’attenzione volta al nostro interlocutore ci permette di cogliere le sfumature che un ascoltatore superficiale avrebbe bellamente ignorato cogliendo un messaggio parziale, approssimativo e forse falsato del tutto. Ascoltando con attenzione l’altro si colgono con più facilità le diverse gradazioni emotive che si manifestano nell’esperienza della vita umana, si scopre l’altro facendo la differenza tra la persona reale che si esprime a noi e l’immagine mentale, statica, che abbiamo di lei. Ascoltare ci permette di rompere l’immagine e cogliere il costante cambiamento della persona che abbiamo di fronte a noi. l primo passo da compiere per mettersi in ascolto dell’altro è essere presente, con consapevolezza. Questo tipo di presenza richiede di calarsi nel momento, di scendere dalla mente al corpo, di attivare i propri sensi in quanto la comunicazione non si basa esclusivamente sulla parola detta, ma anche sul linguaggio del corpo e sul come si esprime questo messaggio, perciò non basterà aprire le orecchie e “stare a sentire” (basterebbe semmai ad un ascolto superficiale e passivo), bisognerà aprire anche gli occhi e il proprio essere all’altro, esserci; a volte, occorrerà anche aprire le proprie braccia per permettere all’altro di schiudersi, senza la paura di essere giudicato, o ferito.

È vero, può sembrare difficile mettersi in ascolto, e lo è ancora di più se non ci siamo mai messi in ascolto di noi stessi, se non ci siamo mai fermati a fare chiarezza sulle nostre emozioni, se non siamo mai riusciti a cogliere le sfumature tra le sensazioni, le emozioni, i sentimenti. Saper ascoltare è un’arte che si affina col tempo perché più siamo in grado di ascoltarsi e più riusciamo ad ascoltarci.

Più siamo in grado di creare spazio dentro di noi, per noi stessi e più saremo in grado di farlo anche per gli altri, perché non avremo la necessità di occupare spazio in continuazione come se non ci sentissimo ascoltati, accolti da nessuno (nemmeno da noi). Se sappiamo che ogni volta che ne abbiamo bisogno, siamo in grado di crearci una stanza interiore dove poter esprimerci senza la paura di sentirsi giudicati, o feriti , allora saremo in grado di non occupare con avidità lo spazio tra noi e l’altro con le nostre parole, di non riversarci in disordine tutti i nostri pensieri repressi come se fossero un fiume in piena: dopo esserci messi in ascolto di noi stessi, saremo in grado di accogliere il nostro silenzio per fare posto all’altro. Ed è in questo spazio che nasce il dialogo.

15 Lug 2020

L’autostima: un nutrimento fondamentale per la nostra psiche

L’autostima: un nutrimento fondamentale per la nostra psiche

Il benessere psicologico trova, un fondamentale nutrimento, nell’autostima, profonda e potente necessità umana che salvaguarda la salute e la funzionalità della mente in quanto genera la musica di sottofondo che va ad influenzare ogni nostra emozione, pensiero, scelta e comportamento e così la nostra vita e la possibilità di goderne.

L’autostima risiede nell’intimo del nostro essere, rappresenta molto di più del senso innato del valore di sé, è sentirsi adeguati alla vita a e alle sue richieste e si regge su due pilastri: il senso di efficacia, un senso basilare di fiducia nelle nostre capacità di pensare, capire, scegliere, imparare, prendere decisioni e di superare le sfide fondamentali della vita, e il rispetto di sé, la convinzione di avere il diritto di affermare le nostre opinioni, bisogni e desideri, di meritare la felicità, l’amore e di sentirci giusti come persone al di là dei nostri successi.

Essa diventa il nostro sistema guida, un nucleo che si annida nella nostra mente, con cui filtriamo, leggiamo quello che ci succede o che programmiamo di fare, che può esserci amico o nemico.

Ecco che una bassa autostima non solo inibisce il pensiero ma tende a distorcerlo così che utilizzeremo le nostre energie per criticarci, giudicarci, limitarci e saremo condizionati dalla paura in tutto quello che facciamo, vivremo per evitare il dolore più che per sperimentare la gioia e agiremo per dimostrare di essere “abbastanza”, per ricevere approvazioni e non per vivere le nostre possibilità, minando la possibilità di provare soddisfazioni, piacere e felicità.

Affrontare la vita con bassa autostima significa trovarsi in grave svantaggio e possederla nel tempo non è un dono ma una conquista. Nella vita nessuno ci fa più male di quanto ce ne facciamo da soli, sviluppare un buon sistema di sostegno interno, accettare le proprie debolezze, coccolarsi e perdonarsi, è essenziale per la maturità umana e il benessere fisico e psichico. Perché il dolore non può essere evitato ma la sofferenza inutile sì.

15 Lug 2020

L’evoluzione del concetto di formazione in azienda: l’e-learning

L’evoluzione del concetto di formazione in azienda: l’e-learning

Il concetto di formazione in azienda si evolve. Con l’avvento del digitale, infatti, corsi e lezioni dedicate allo sviluppo professionale delle risorse si trasformano, e prendono il nome di e-learning. Programmi didattici online, grazie ai quali il dipendente può godere di una formazione continua, dove, quando e come vuole. Unica regola: avere una connessione internet.

Quali sono le caratteristiche che deve rispettare un corso online?

Flessibilità, interattività, modularità. Sono i tre principi dell’e-learning. I dipendenti devono poter aver accesso a una piattaforma facile da utilizzare, che presupponga un’interazione attiva e consapevole. Ognuno di loro potrà accedere in qualsiasi momento alle lezioni, che dovranno essere strutturate in moduli ben precisi così da semplificare il lavoro e rendere più veloce, facile e incisivo l’apprendimento.

I punti di forza dell’e-learning

Le imprese non possono più fare a meno del digitale, se vogliono avere possibilità di competizione sui mercati. In questo senso, l’e-learning rappresenta una soluzione alla formazione dei tuoi dipendenti che devono essere aggiornati sulle novità e le possibilità offerte dalla trasformazione digitale, in maniera profonda ma veloce. Inoltre, attraverso i corsi online è possibile monitorare in maniera più efficace il processo di apprendimento, e cambiare quando i risultati ottenuti non sono quelli sperati.

Le lezioni in aula non sono sparite del tutto, ma nella maggior parte dei casi si trasformano o sono coadiuvate da materiali digitali. Questo permette ai tuoi dipendenti di gestire i tempi della formazione in compatibilità con gli impegni lavorativi, senza stressarsi troppo e al massimo della loro libertà.

Non dimentichiamo poi la questione costi: con una didattica online si riescono a contenere le spese sostenute dalle aziende per lo spostamento di docenti e dipendenti, costretti a seguire un corso di formazione lontano dalla sede principale dell’attività. Si abbattono, in questo modo, anche le distanze, e si crea un ambiente di lavoro tecnologico e partecipe.

Le ultime tendenze dell’e-learning

I corsi di formazione online possono essere di varie forme e tipologie. Qui ne riassumiamo alcune:

  • video learning: modalità di apprendimento online tramite video registrati da docenti e insegnanti su uno specifico argomento;
  • mobile learning: modalità di apprendimento online su smartphone e tablet. L’aggiornamento continuo è il punto di forza di questo di sistema di e-learning, che riesce a seguire l’utente in qualsiasi momento della sua giornata, ottimizzando anche i tempi della didattica;
  • gamification: modalità di apprendimento online che vede nel coinvolgimento degli “studenti” il suo migliore asset. Il gioco motiva e attiva le risorse;
  • social learning: modalità di apprendimento come esperienza sociale all’interno della quale tutti gli utenti – dipendenti e docenti – sono chiamati a intervenire. La didattica così è condivisibile, commentabile e aggiornabile in qualsiasi momento;
  • micro learning: modalità di apprendimento online in pillole, in un piccolo formato che permette ai fruitori di avere massima libertà e flessibilità;
  • blended learning: tecnica di apprendimento mista che si nutre di contenuti didattici fruiti in aula e contenuti online.

Formazione aziendale e-learning: un progetto in fasi

  • Comunicare e condividere obiettivi e prospettive. Prima di iniziare con le fasi del progetto di e-learning vero e proprio, è necessario concentrarsi sulla sua promozione in ambito aziendale. Innanzitutto occorre, infatti, creare all’interno del team una sinergia tra gli scopi delle divisioni HR, IT e marketing e concordare una strategia condivisa.
  • Individuare i contenuti. Il secondo passaggio per concretizzare il piano formativo sarà identificare i contenuti da trasmettere, a partire da quelli urgenti come i moduli di formazione obbligatoria o l’acquisizione di competenze necessarie all’inserimento dei neoassunti.
  • Adottare i supporti comunicativi e il linguaggio adatto. I contenuti sono importanti ma altrettanto fondamentale, per la riuscita di un programma di e-learning, è la metodologia adottata per la loro trasmissione. Considerando che secondo alcuni studi gli individui ricordano il 20% di quello che leggono e l’80% di quello che vedono, per facilitare la comprensione dei contenuti è consigliabile affidarsi a contenuti prettamente visuali e interattivi trasformando ed esempio i documenti Power Point esistenti in video-tutorial multimediali, intuitivi e immediati.
  • Selezionare la piattaforma. Per implementare un progetto di e-learning è necessario adottare la piattaforma LMS – Learning Managemet System – più adatta alle proprie esigenze. Sul mercato sono disponibili ambienti open source gratuiti, modulari e personalizzabili, e software proprietari coperti da garanzie dei venditori, ma che non si possono configurare e adattare alle specifiche richieste del cliente.
  • Coinvolgere i partecipanti. Per rendere le sessioni formative realmente efficaci e piacevoli e imprimere le informazioni nella memoria degli utenti, bisognerà guidarli nell’iter di apprendimento facilitandolo con contenuti segmentati, design intuitivo e user friendly e approcci coinvolgenti come quelli della gamification.
  • Verificare i risultati. L’ultimo step consisterà nell’analisi dei dati registrati dalla piattaforma, che permetterà di valutare l’efficacia dell’e-learning ed, eventualmente, correggere la propria strategia.

Per qualsiasi azienda è sempre più evidente che la risorsa più importante per raggiungere gli obiettivi aziendali è il capitale umano.

Per avere una forza lavoro competitiva è necessario utilizzare tutti i sistemi di cui un’azienda dispone: l’e-learning rappresenta, in questo senso, una delle migliori tecniche.

08 Lug 2020

I “bambini nascosti” e il ruolo fondamentale dello psicologo

I “bambini nascosti” e il ruolo fondamentale dello psicologo

Quando una persona sta male può dipendere da situazioni esterne o situazioni interne legate alla sua infanzia, che hanno a che fare con il suo “inconscio disturbato”. Si parla anche di “bambini nascosti”, che sono i bambini nascosti nel nostro inconscio, che ci disturbano perché non sono ancora cresciuti .
Si cerca dalla posizione privilegiata di persona “al di sopra delle parti” di lavorare sul presente, se invece si accorge che la problematica di sofferenza è legata alla presenza di vecchi schemi passati e radicati dall’infanzia, cerca di andare a “prendere per mano” il bambino nascosto del paziente e a tirarlo fuori, dal buio dove è finito, alla luce del sole, dove si può illuminare di vita.
Tutte le persone a tutte le età crescono e progrediscono lungo il percorso di sviluppo della loro vita. Il bambino verso l’adolescenza, l’adolescente verso la fase adulta, l’adulto verso la vecchiaia, l’anziano verso la fine dei suoi giorni. Anche le persone che si mettono in coppia percorrono un loro cammino. Ogni età presenta le sue caratteristiche di vita, e ci si può sentire bloccati ed essere effettivamente bloccati nella vita a qualsiasi età. Perché una persona ha una sofferenza psicologica, e sta male fino a volte a bloccarsi? La teoria psicoanalitica ci insegna che c’è sempre un motivo, una causa, per ogni stato di sofferenza, di malessere e di disagio, un motivo visibile o invisibile, e che per risolvere il problema bisogna prima di tutto risalire a tale causa. Generalmente ci sono due generi di cause che possono portare ad una sofferenza psicologica.
Ci sono cause legate a fatti realmente accaduti nella realtà, come per esempio situazioni ambientali esterne reali sfavorevoli, o addirittura traumatiche, drammatiche, che non si riesce a superare, come potrebbe essere una separazione o una perdita affettiva importante, un lutto da elaborare, o una situazione della vita dove ci si trova in difficoltà. Oppure perchè ci sono dentro la persona che soffre, delle cause profonde, recondite, che potrebbe conoscere in parte, o di cui non è bene a conoscenza, che hanno a che fare con la vita che la persona in sofferenza ha vissuto da bambino, quindi relativa a “fantasmi” che la persona si porta dietro fin quando era molto piccola. In questo caso si sta male ma non si sa bene il perché.

Il più delle volte non si è a conoscenza di queste dinamiche.
Anche per i fatti concreti, o le situazioni realmente visibili, le problematiche potrebbero avere comunque a che fare con il passato, e derivare da difficili relazioni emotive che hanno bloccato la persona che soffre in parte già nell’infanzia o in adolescenza, situazioni che ha vissuto con le sue principali figure di riferimento, che di solito sono state la madre ed il padre ma sulla comprensione delle cause che hanno portato la persona che soffre a produrre quel disturbo stesso, in modo tale che il soggetto possa cercare di liberarsi definitivamente da esso. Ci vuole più tempo, a volte molto più tempo, non lo si può mai prevedere quanto tempo ci vuole, dipende da tanti fattori, ma se il percorso funziona i risultati possono essere duraturi e possono essere definitivi, e c’è una crescita, che comprende anche un “rafforzamento globale” della personalità che cambia, si diventa “più adulti”, o se si era troppo “bambini” si diventa finalmente adulti. E la vita viene vista in un’altra prospettiva, e si ricomincia a camminare o ci si ritrova a camminare “nuovi” per la prima volta, dopo essere passati dal “buio” delle tenebre che erano dentro di noi, alla “luce”, alla luce del sole che ci illumina!

Lo psicologo cercherà di comprendere le problematiche, di dare una maggiore chiarezza rispetto al problema, cercherà di accendere una luce nella strada del cammino, fino a che una luce diventa sempre più intensa, che permetta di vedere dove prima c’era l’oscurità, ed uscire anche dal tunnel.

Il bambino nascosto nasce nel passato, dalle esperienze d’infanzia.
Siamo tutti il frutto del nostro passato, e delle volte capita che si rimane bloccati nella vita, o perché questi bambini interni nascosti non vogliono affacciarsi alla realtà e non vogliono crescere, e c’è sempre un motivo che va scoperto, smascherato, oppure per motivi contingenti legati alla realtà presente.

08 Lug 2020

La sindrome da burnout

La sindrome da burnout

Il burnout, parola di origine anglosassone che letteralmente significa esaurimento, crollo o surriscaldamento, è un disturbo che si caratterizza per un grave affaticamento fisico e mentale causato da una determinata situazione lavorativa. Lo stress del lavoro, infatti, può colpire duramente il benessere psico-fisico di alcuni lavoratori, diventando cronico. Le conseguenze colpiscono non solamente il lavoratore, che può sperimentare depressione, dolori muscolari o dipendenza da sostanze ma anche la produttività dell’impresa.

Lo stress provoca conseguenze a livello globale del funzionamento dell’organismo, ed è facilmente intuibile a quanti e quali livelli possa manifestarsi il burnout:

Livello Cognitivo/Emotivo: distacco emotivo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni sociali, importanza eccessiva data al lavoro, demotivazione a lavoro, difficoltà di concentrazione, irritabilità e senso di colpa.

Livello Comportamentale: aggressività, abuso di alcool e sostanze, mancanza di iniziativa, assenteismo.

Livello Fisico: emicrania, sintomi respiratori, insonnia, inappetenza, disturbi intestinali, senso di debolezza.

Ma cosa causa il burnout?

Fra i principali fattori che possono provocare questa sindrome troviamo:

– orari di lavoro troppo lunghi;

– carico di lavoro eccessivo;

– lavoro monotono;

– scarsa autonomia lavorativa;

– salario basso;

– conflitti con i colleghi o con il datore di lavoro;

– contatto continuo con il pubblico;

– mobbing;

– livello elevato di responsabilità;

– aspettative professionali molto elevate;

– mancanza di opportunità di crescita professionale.

Sul piano clinico la sindrome presenta una lunga serie di segni e sintomi variamente associati tra di loro:

–  alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno;

–  sensazione di fallimento, rabbia, senso di colpa e scoraggiamento;

–  indifferenza, isolamento, senso di stanchezza, notevole affaticamento dopo il lavoro;

–  perdita di sentimenti positivi;

–  incapacità di concentrarsi;

–  sensazione di immobilismo;

–  problemi di insonnia, frequenti mal di testa e disturbi gastrointestinali;

–  conflitti coniugali e familiari, alto assenteismo…

Quali interventi sono previsti in caso di Burnout?

La risoluzione del burnout prevede un approccio sia a livello organizzativo, che a livello individuale. Per poter ridurre le cause della sindrome da burnout è essenziale eliminare alcune delle cause che dipendono dal posto di lavoro, ad esempio diminuendo il carico di lavoro o l’orario lavorativo. Purtroppo, non sempre è possibile cambiare le condizioni lavorative; quando non è possibile, quindi, è necessario puntare sul miglioramento della resilienza dell’individuo. In ogni caso, può essere estremamente utile staccare dal lavoro, cercando di eseguire attività nuove e piacevoli come esercizio fisico, ascoltare musica, leggere, viaggiare e cercare di mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato.

Burnout e prevenzione

Un intervento di prevenzione ha lo scopo di agire sulle strutture di un sistema per eliminarne le caratteristiche patogene o che comportano peggioramento nella qualità del lavoro e della vita. Le attuali consapevolezze riguardanti l’origine di tale sindrome orientano questo tipo di intervento a: informare i lavoratori sui rischi a cui li espone lo stress percepito negli ambienti lavorativi, rendere attivi servizi di prevenzione per fornire le competenze utili per prevenire e gestire lo stress. Attuando queste misure di prevenzione, cambiando gli stili di gestione del potere, i modi di incentivare ed il clima nell’ambiente di lavoro, il costo del lavoro diminuisce e la produttività aumenta.

Un’organizzazione che agisce a sostegno dell’impegno nel lavoro è un’organizzazione più forte, maggiormente in grado di rispondere alla sua clientela, di crescere in modi nuovi e stimolanti e di sviluppare idee o prodotti creativi.

 

01 Lug 2020

LA SODDISFAZIONE LAVORATIVA

LA SODDISFAZIONE LAVORATIVA

La soddisfazione lavorativa è fondamentale per il nostro benessere personale e anche per scegliere se mantenere il lavoro che già si ha o se continuare a cercare qualcosa che ci soddisfi maggiormente.

Quando si parla di soddisfazione lavorativa s’intende una risposta positiva nei confronti della propria occupazione che scaturisce dalla differenza fra risultati che si sperava di raggiungere e quelli che si sono raggiunti. Secondo Locke, si tratta di:

“Uno stato emotivo piacevole che risulta dalla valutazione per cui il proprio lavoro facilita o permette di raggiungere i propri valori lavorativi. L’insoddisfazione lavorativa è uno stato emotivo spiacevole risultante dalla valutazione che il proprio lavoro frustra o blocca il raggiungimento dei propri valori”.

La soddisfazione lavorativa può essere descritta attraverso due componenti:

gli aspetti intrinseci della soddisfazione che muovono verso il raggiungimento del successo e i riconoscimenti che una persona cerca di realizzare attraverso la propria attività professionale;

gli aspetti estrinseci, correlati direttamente al contesto lavorativo, come la valutazione individuale dell’ambiente organizzativo o del contenuto del lavoro.

Si possono considerare anche altri fattori capaci di influenzare la soddisfazione lavorativa, che vengono raggruppati in due principali dimensioni:

i fattori individuali: includono variabili demografiche quali l’età, il genere, la razza, etc. e fattori che riguardano la sfera individuale come il quoziente d’intelligenza, il livello di autostima, il senso di dominio, etc;

i fattori ambientali: sono più strettamente correlati con aspetti di ambito organizzativo come l’ambiente e il lavoro stesso (le condizioni lavorative, le tipologie di lavoro, le retribuzioni, l’autonomia, le relazioni interpersonali tra colleghi, tra capo e dipendente).

La soddisfazione lavorativa comprende quindi:

Valori personali connessi al lavoro: istanze soggettive, che trascendono i bisogni più elementari legati alla sopravvivenza e all’autonomia, che una persona cerca di realizzare nella sua esperienza professionale. Ogni individuo, assegna un set di significati, di attributi valoriali al lavoro svolto, in base alle esperienze personali o familiari e a modelli comportamentali appresi socialmente.

Importanza: le persone si differenziano non solo nella scelta dei valori ma, soprattutto nella rilevanza ad essi assegnata. Sulla base di queste differenze, varia il grado di soddisfazione lavorativa; per esempio, se per alcune persone è importante poter, attraverso il lavoro, manipolare la realtà, per altre, questa tendenza è meno marcata e prevale l’importanza di un lavoro stabile e rassicurante.

Percezione: la soddisfazione lavorativa è strettamente legata alla percezione e alla valutazione individuale sia dell’ambiente organizzativo e del contenuto del lavoro, sia dei valori, delle attese, delle potenzialità e dei limiti soggettivi.

Nonostante sempre più imprese si preoccupino della soddisfazione lavorativa dei propri dipendenti, ancora molte non prendono in considerazione questo elemento. Eppure i vantaggi per i lavoratori e le aziende sono numerosi, eccone alcuni.

Migliori performance

La connessione tra soddisfazione lavorativa e migliori prestazioni sembra essere una relazione non diretta, ma sicuramente si crea un circolo per cui la soddisfazione permette di impegnarsi maggiormente sul lavoro e quindi probabilmente di migliorare le proprie performance.

Riduce lo stress

L’opportunità di essere soddisfatti sul posto di lavoro riduce la possibilità di soffrire di stress che, a sua volta, può avere ripercussioni importanti sulla salute psico-fisica del lavoratore. Meno stress, invece, riduce le possibilità di assenteismo causato da malattie o di dover lasciare quel posto di lavoro.

Migliora la motivazione

Essere soddisfatti permette di sentirsi più motivati sul posto di lavoro. In questo caso, infatti, il lavoratore è più propenso a dirigere le sue energie verso la realizzazione di un determinato obiettivo, in questo caso lavorativo.

Abbandono del lavoro

La correlazione fra soddisfazione lavorativa e turnover, ossia l’abbandono del lavoro, sembra essere diretta. Si tratta di un problema per i datori di lavoro che, al contrario, puntano su una continuità lavorativa per non incrementare i costi dovuti a nuove assunzioni.

Affrontare l’analisi della soddisfazione lavorativa significa considerarne il significato e la natura, le sue dimensioni, le fonti di stress, la relazione tra soddisfazione lavorativa e performance e i principali approcci per migliorare la qualità della vita organizzativa.

 

 

 

01 Lug 2020

Endorfina, quando la vita sociale è un antidoto naturale.

Endorfina, quando la vita sociale è un antidoto naturale.

L’amicizia fa bene alla salute. E vi è una conclusione scientifica. Studi più remoti hanno dimostrato che l’endorfina aiuta a migliorare le relazioni sociali sia negli esseri umani che negli animali. Ma vale anche il contrario: frequentare persone care migliora la produzione di endorfina da parte del cervello.

Una teoria, nota come brain opioid theory of social attachment, stabilisce che le interazioni sociali provocano emozioni positive quando le endorfine si legano ai recettori degli oppioidi nel cervello, allo stesso modo della morfina. Questo è ciò che ci dà la sensazione di benessere che proviamo quando vediamo i nostri amici più cari.

Per poter sviluppare la loro teoria, i ricercatori dell’Università di Oxford hanno eseguito un test: hanno preso 101 volontari di età compresa tra i 18 e i 34 anni, chiedendo loro di rimanere appoggiati contro un muro mantenendo le gambe piegate ad angolo retto fino a quando riuscivano a resistere. Successivamente alla prova, i partecipanti hanno dovuto rispondere a due questionari, relativi al numero dei loro amici e sulla frequenza con cui li vedono. In altre parole, hanno usato la tolleranza a un dolore prolungato, come resistere a lungo in una posizione di stress fisico, come parametro per valutare l’attività dell’endorfina nel cervello. Pertanto se la teoria fosse corretta, le persone con tante interazioni sociali dovrebbero avere una soglia di sopportazione al dolore più elevata. E dal test è emerso proprio questo. Davvero gli amici portano via il dolore – ora lo dice anche la scienza.

 

Questi risultati sono interessanti perché, secondo alcuni studi, l’interruzione della produzione di endorfina potrebbe essere causata da disturbi come la depressione. Questo potrebbe essere una parte del motivo per cui le persone depresse soffrono di una mancanza di piacere e spesso si isolano dal loro contesto sociale. Di conseguenza, avere una larga rete di amici e conoscenti diventa un efficace mezzo di prevenzione e cura dagli eccessi di stress, e dalle loro possibili conseguenze.

 

Endorfine e lo sport

Un altro risultato notevole che è emerso è quello relativo a chi pratica attività sportiva, soprattutto a livello agonistico. Chi ha un fisico più tonico e palestrato, riesce a sopportare il dolore più a lungo, ma i dati dimostrano anche che ha una minore cerchia di amici. Questo potrebbe essere spiegato fisiologicamente, immaginando sia dovuto al fatto che l’attività sportiva rilascia un’alta quantità di endorfine. Pertanto chi riesce a soddisfare questa esigenza attraverso lo sport, ha meno bisogno di interagire con gli altri. Si tratta, ad ogni modo, di speculazione. Altri test più approfonditi potrebbe servire a fare chiarezza su questo aspetto.

 

Qual’è la morale?

Questi studi suggeriscono che la quantità e la qualità dei nostri rapporti sociali influenzano la nostra salute fisica e mentale e ciò può anche essere un fattore determinante per la durata della nostra vita. Come specie ci siamo evoluti fino a prosperare in un ambiente socialmente ricco, ma nell’era digitale, la carenza delle interazioni sociali potrebbe essere un fattore che incide sull’aumento di malati nella nostra società moderna.

 

La morale, quindi, non è solo che gli amici fanno bene alla salute. È necessario coltivare rapporti umani e ciò significa porre ancora più cautela nel modo in cui utilizziamo la tecnologia. Soprattutto nell’era di Facebook e dei social network, è d’obbligo un uso più coscienzioso, senza lasciare che essa deteriori i nostri rapporti, perché essi sono e rimarranno sempre insostituibili.

24 Giu 2020

LA CULTURA ORGANIZZATIVA

LA CULTURA ORGANIZZATIVA

La cultura è “un insieme di forze potenti, nascoste e spesso inconsce, che determinano il nostro comportamento individuale e collettivo, i modi di percepire, gli schemi di pensiero ed i valori; la cultura organizzativa in particolare è ciò che determina strategie, obiettivi e modi di agire” (Schein, 1999).

Le organizzazioni si possono rappresentare come comunità caratterizzate da credenze e significati condivisi, con usi e costumi distintivi, all’interno delle quali la cultura definisce i sistemi di costruzione della realtà che consentono agli individui di interpretare e comprendere azioni, eventi, situazioni in modo caratteristico e significativo, e che formano il collante che li tiene insieme.

I livelli ai quali agisce la cultura sono diversi e vanno dal più visibile a quello più nascosto e sottinteso:

  • gli artefatti:ciò che si vede e si ascolta all’interno di un’organizzazione (sono le strutture ed i processi visibili, è il come essa appare organizzata e funzionante);
  • i valori dichiarati:le strategie, gli obiettivi, le filosofie dominanti (sono il perché si agisce in un determinato modo, ed a volte appaiono incongruenti con alcuni artefatti visibili);
  • gli assunti taciti condivisi:le convinzioni inconsce e date per scontate, percezioni, pensieri e sentimenti (costituiscono la fonte dei valori e delle azioni dell’organizzazione).

La cultura di un’azienda si manifesta in centinaia di milioni di modi, dal piccolo dettaglio del vocabolario all’organizzazione dell’ ufficio, i nomi dei dipartimenti e tutto il resto. Gli elementi che di solito sono influenzati dalla cultura sono:

  • Vocabolario usato;
  • Colori, logo;
  • Profilo degli impiegati assunti;
  • Organizzazione d’ufficio;
  • Come funziona il team con successo;
  • In che modo il team affronta il fallimento;
  • Eventi che si celebrano;
  • Rapporto tra capi e subordinati;
  • Ora di arrivo e partenza dall’ufficio;
  • Spese e politica di rimborso;

Benefici della cultura organizzativa

Quando una cultura è forte, si avranno i seguenti benefici nel business di un’azienda:

  1. Migliore processo decisionale: un team che vive la cultura aziendale sa come impostare le priorità esattamente e quindi prende decisioni più velocemente e con maggiore qualità.
  2. Riduzione del fatturato: se sei chiaro sulla cultura della tua attività, potrai assumere dipendenti con il profilo giusto e questo ridurrà il tuo fatturato.
  3. Migliori prestazioni e soddisfazione: un team che si sente unito da una cultura unica si sentirà più a proprio agio lavorando e facendo meglio il proprio lavoro.
  4. Risultati aziendali più elevati: se la tua cultura è forte e in linea con la tua attività, ciò influirà positivamente sulla tua redditività a lungo termine.

Come costruire una cultura organizzativa

Il primo passo per costruire una cultura forte è che il team di gestione aziendale capisca la sua importanza e ritenga che questo sia un fattore decisivo nel risultato. Successivamente, elencheremo alcuni elementi che sono tipicamente presenti nelle società di riferimento:

  1. Riconoscimento dell’importanza della cultura
  2. Allineamento della cultura con i risultati
  3. Allineamento della cultura con personalità e storia di fondatori e leader
  4. Ripeti la comunicazione
  5. Costanza di proposito

Gran parte della cultura è legata agli atteggiamenti della leadership della compagnia, quindi è inutile creare un bel piano e una comunicazione ben fatta se le azioni di leadership sono contrarie alla cultura proposta. I leader aziendali sono vitali per la creazione e la comunicazione della loro cultura sul posto di lavoro. Tuttavia, il rapporto tra leadership e cultura non è unilaterale. Mentre i leader sono i principali artefici della cultura, una cultura organizzativa consolidata influenza il tipo di leadership possibile.

I leader devono cercare di mantenere o far evolvere la cultura di un’organizzazione costantemente. Una cultura profondamente radicata e consolidata è in grado di suggerire come le persone dovrebbero comportarsi, il che può aiutare i dipendenti a raggiungere i loro obiettivi. Questa struttura comportamentale, a sua volta, garantisce una maggiore soddisfazione lavorativa quando un dipendente ritiene che un leader lo stia aiutando a raggiungere un obiettivo. Da questa prospettiva, la cultura organizzativa, la leadership e la soddisfazione sul lavoro sono tutte inestricabilmente collegate. 

In conclusione, la cultura è storicamente e socialmente costruita e, sebbene sia un aspetto poco visibile della vita sociale, è profondamente compresa ed interiorizzata dal gruppo a cui appartiene. Ha la proprietà di resistere a lungo nel tempo e subire trasformazioni più lente rispetto ad altre variabili organizzative affini (quali il clima), poiché progredisce altrettanto lentamente, e perciò può ostacolare il cambiamento organizzativo. Essa deve garantire il senso di identità, facilitare l’impegno collettivo e fungere da meccanismo di controllo per tutelare la stabilità dell’organizzazione.

24 Giu 2020

Nativi digitali: la tecnologia fa bene ai bambini?

Nativi digitali: la tecnologia fa bene ai bambini?

Il termine per indicare questa nuova generazione è nativi digitali. Coniato da Marc Prensky agli inizi degli anni 2000 e aveva lo scopo di spingere gli educatori a pensare in modo diverso sull’insegnamento e l’apprendimento.

Ѐ fondamentale il ruolo dei genitori, i quali devono dare il buon esempio. Occorre quindi sensibilizzarli, soprattutto su quali possono essere le conseguenze di un cattivo utilizzo della tecnologia.

Se, utilizzata impropriamente, può provocare seri danni.

Nei primi anni di vita, l’interazione con le persone è fondamentale per un corretto sviluppo dei bambini. Ammaliati da pc, videogames e quant’altro i bambini passano le loro giornate in modo sedentario.

Ne derivano problemi come ad esempio l’obesità. Il tempo dedicato allo sport e all’attività fisica è sempre minore. Stando in casa, da soli, i nostri bimbi a lungo andare avranno difficoltà a relazionarsi con i coetanei.

Le prove della ricerca stanno ora crescendo per confermare che le capacità superiori dei nativi digitali non sono di fatto una realtà.

Per regolare il rapporto tra bambini e tecnologia può bastare il solo cambiamento del modello di istruzione? Certo che no. La scuola e la famiglia devono remare nella stessa direzione se si vuole contrastare un minimo un eventuale sviluppo negativo della società.

Servirebbe a poco se ai bambini venisse insegnato una visione più approfondita della tecnologia e li si lasciasse giocare sempre con gli smartphone mentre si cena con i parenti.

Il rischio è quindi quello di crescere bambini sottoposti a stimoli stressanti per il cervello, estraniati dalla vita reale e fin troppo sedentari, senza neanche acquisire alcuna abilità o conoscenza utile. Forse non sono solo nativi digitali, ma è la società a renderli così legati alla tecnologia.

Viene da chiedersi: come bisogna comportarsi? Non esiste una “dose giornaliera consigliata”. Quella, semmai la possono decidere i genitori. Deve essere accompagnata dall’insegnamento dei valori e di quelle cose importanti che permettano il corretto sviluppo dei bambini.